“ Be the Change that you want to see in the world. ” ...is by Mahatma Gandhi...

20 dicembre 2012

Pratyāhāra


"Il conseguimento del quinto gradino sulla via dello Yoga è necessario per raggiungere l'Auto Realizzazione.
Senza di esso nessun ulteriore progresso è possibile. L'interiorizzazione della mente nello stato chiamato dagli yogi "Pratyahara" è una condizione essenziale per la libertà della mente stessa e solo da ciò può derivare la capacità di usare appropriatamente questa mente interiorizzata per il fine che ci si è posti. Se si seguiranno fedelmente gli insegnamenti ricevuti e si comprenderanno i risultati di ogni singolo passo,o gradino, sulla scala dell'evoluzione spirituale si vedrà da sè che le cose stanno in questo modo."

Paramahansa Yogananda è categorico in questo, egli che, come "Premavatar" o incarnazione dell'amore, risulta solitamente piuttosto morbido nel dare i suoi insegnamenti ai discepoli e a coloro che seguono le sua parole. Credo che usando questo tono lo faccia a ragion veduta. Forse non è ancora la "porta stretta" di cui parlano i Vangeli ma molto probabilmente il corridoio che porta ad essa, e da qui, forse, la ragione di tanta perentorietà.
Entrate per la porta stretta,
perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione,
e molti sono quelli che entrano per essa;
quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita,
e quanto pochi sono quelli che la trovano!
Matteo 7, 13-14
Pratyāhāra è quindi uno stato mentale nel quale la mente è "disconnessa" dai cinque sensi. Praticare il prānāyāma, o qualsiasi altro metodo di controllo del respiro e della forza vitale, senza avere ben chiaro in mente lo scopo per cui si stanno facendo tali pratiche, ben difficilmente porterà al raggiungimento dello stato mentale di pratyāhāra. Patanjali afferma che lo scopo del prānāyāma deve essere pratyāhāra, il fare ritornare la mente all' interno. Tutti i ricercatori spirituali che perseguono lo scopo dell' Auto-Realizzazione devono essere in grado di praticare il prānāyāma in modo tale da riuscire ad ottenere, in poco tempo se non immediatamente, l'interiorizzazione della mente. Molti si accontentano di osservare solo le leggi di yama e niyama, ad altri è sufficiente la pratica delle sole āsanas mentre altri ancora praticano unicamente il prānāyāma. I migliori risultati e lo stato mentale del pratyāhāra si ottengono con la pratica combinata dei quattro passi appena menzionati.

A qualunque attento osservatore o studioso di Yoga non sfuggirà di notare che gli otto gradini dello Yoga, già menzionati più volte, siano raggruppabili sostanzialmente in due categorie: i primi quattro, che sono pratiche da mettere in atto, e gli ultimi quattro che sono invece stati mentali interiori e/o raggiungimenti. Si possono trovare una infinità di libri e manuali, spesso di ottima fattura, che trattano teorie e pratiche dei primi quattro livelli dello Yoga, ma non ci sono volumi stampati al riguardo della pratica del pratyāhāra, del dhārana, del dhyāna o del samādhi; al massimo si trova qualche libricino che cerca di esprimere con parole scritte ciò che in definitiva non è scrivibile e cioè un progressivo e sempre più alto stato dell'Anima. Questo, per sua natura, può solo essere sperimentato.

Ad ogni singolo praticante, che conosca bene i principi di yama e niyama, risulterà ben chiaro se stia osservando oppure infrangendo tali principi nel compiere una qualsivoglia azione o nell'astenersi da essa. Similmente, lo stesso praticante, saprà con certezza di fare āsana o prānāyāma qualora si trovi diligentemente ad eseguire posizioni Yoga oppure cicli di respirazione controllata. Sarà anche in grado di dare un certo grado di giudizio circa la qualità della sua pratica. Ma molte più incertezze lo coglieranno riguardo al potersi dire di trovarsi o meno nello stato mentale di pratyāhāra, anche perché il solo fatto di porsi quella domanda lo farebbe immediatamente decadere da tale stato.

Risulta quindi evidente che si trova su di una riga di confine, non marcato con una linea netta, ma con i punti di contatto piuttosto labili ed incerti, quasi immateriali. Ed infatti, a mio modo di vedere, tanto il pratyāhāra quanto l' atomo segnano la zona di confine tra spirito e materia, essendo in pratica appartenenti sia all'una che all'altra sponda e senza essere, in sostanza, né l'una né l'altra.



Messa in questo modo la faccenda sembra diventare tremendamente difficile, intrappolati in un gioco della mente tra spirito e materia da cui diventa difficile uscire. Ma qualsiasi lungo viaggio incomincia sempre con un piccolo passo e un piccolo passo è generalmente una cosa semplice. Qualche volta ci sarà capitato di essere talmente assorti in quello che stiamo facendo da non accorgerci di ciò che ci sta succedendo intorno; se non fosse perché la direzione della forza vitale è comunque volta all'esterno tramite gli organi dell'azione, quella sarebbe già una forma di interiorizzazione simile al pratyāhāra.

Nel caso invece ci si accingesse a praticare il kriya ed un fastidioso rumorino fuori dalla finestra diventasse tiranno della nostra attenzione, innervosendoci, nel momento in cui riuscissimo, presi dalla pratica del nostro prānāyāma, ad essere consci ed attenti solo alle correnti spinali ed alla visione dell' occhio spirituale, allora ci troveremmo, senza porci tante domande, nello stato di pratyāhāra. Il rumorino c'è ancora, i nostri timpani vibrano in reazione ad esso ma la nostra consapevolezza non ne è riguardata.

I sensi

L'uomo è perduto se la sua ragione soccombe alla forza dei sensi. D'altra parte, effettuando un controllo ritmico sul respiro, i sensi, invece di correre dietro agli oggetti esterni del desiderio, si introvertono, e l'uomo si libera dalla loro tirannia. È questo il quinto stadio dello Yoga, il pratyāhāra, in cui i sensi sono tenuti sotto controllo. Quando raggiunge questo stadio, lo yogi compie un minuzioso esame di coscienza. Per superare il mortale ma attraente fascino di tutto ciò che attira i sensi, ha bisogno di isolarsi in adorazione (bhakti) richiamando alla mente il Creatore che ha forgiato gli oggetti del suo desiderio. Ha bisogno inoltre di essere illuminato sul suo retaggio divino. In realtà la mente è, per l'umanità, sia causa di schiavitù che di liberazione; porta schiavitù se è legata agli oggetti del desiderio e liberazione se ne è lontana. Sia il bene che il piacere si presentano agli uomini e li incitano all'azione; lo yogi preferisce il bene al piacere mentre l'uomo mondano, guidato dai propri desideri, preferisce il piacere al bene dimenticando così il vero scopo della vita.

Lo yogi prova soddisfazione in ciò che egli è; sa come fermarsi e, quindi, vive in pace. Preferisce in partenza ciò che è amaro come il veleno, ma persevera nella pratica sapendo perfettamente che alla fine diventerà dolce come nettare. L'uomo mondano, desiderando soddisfare i propri desideri, preferisce ciò che a prima vista sembra dolce come il nettare, non sapendo che alla fine sarà amaro come il veleno. Lo yogi sa che il cammino verso l'appagamento dei sensi tramite la realizzazione dei desideri è facile, ma conduce alla distruzione, e che ci sono molti che la seguono.

Il cammino dello Yoga è come la lama tagliente di un rasoio, stretto e difficile da percorrere e che pochi riescono a trovare. Lo yogi sa che le vie della rovina e della salvezza convivono in lui. Chi ha i propri intenti rivolti al divino è senza paura, puro, generoso e padrone di sé, approfondisce lo studio dell'Io e rinuncerà ai frutti del proprio lavoro, adoperandosi soltanto per il lavoro in sé. Non è violento, ma verace e libero dall'ira; ha una mente tranquilla, senza malizia ed è caritatevole verso tutti, poiché è libero dalla brama. È gentile, modesto ed equilibrato; illuminato, clemente e risoluto, libero dalla perfidia e dall'orgoglio.

Una volta intuita la grandezza della Creazione o del Creatore, la brama dell'aspirante verso gli oggetti dei sensi svanisce e guarda ad essi da allora in poi con indifferenza. Non prova più alcuna ansietà per il caldo o il freddo, per il dolore o il piacere, per l'onore o il disonore e per la virtù o il vizio. È affrancato così dalla nascita e dalla morte, dal dolore e dalla sventura, e, liberatosi da queste catene, guadagna l'immortalità. Non ha identità propria poiché vive sperimentando la pienezza dello Spirito Universale: un tale uomo, che nulla disprezza, guida ogni cosa sulla via della perfezione.
Colui che ha visto le cose come stanno in realtà, con la retta comprensione,
abbandona la sete di esistere: egli si rallegra che la sete sia stata estinta.
L'estinzione, però, e' la cessazione di tutti gli appetiti
ed e' la cessazione senza residui di ogni passione. 
Gautama Buddha - Udana, III
Può risultare utile, a questo punto, una breve analisi dei sensi ( Indriyas ) in quanto tali, visti dal punto di vista dello Yoga: l'essere umano viene considerato, in questo caso, come un edificio con dieci porte, cinque di entrata e cinque di uscita. Testimoniare consciamente, attivamente ed intenzionalmente l' attività di queste dieci porte, quindi dei dieci sensi, ed il loro modo di funzionamento è una forma importante di meditazione attiva che porta conoscenza e consapevolezza ai fini del raggiungimento e della realizzazione dello stato interiore di pratyāhāra. Strettamente parlando quindi avremo:



Jnanendriya, i cinque organi dei sensi - gli attributi positivi delle cinque forze elettriche

( Jnana - Conoscere / Indriyas - Sensi ) più o meno ciò che serva all'Anima, o abitante interiore, per conoscere
  • odorato
  • gusto
  • vista
  • tatto
  • udito
che essendo attratti dall'influenza di Manas, la Mente, polo opposto dell'Atomo spiritualizzato, formano il corpo mentale*
--------------------------------------------------------------------------------

Karmendriya, i cinque organi dell'azione - gli attributi neutralizzanti delle cinque forze elettriche

( Karma - Agire / Indriyas - Sensi ) più o meno ciò che serva all'Anima, o abitante interiore, per agire
  • escrezione
  • riproduzione
  • moto (piedi)
  • abilità manuale (mani)
  • parola

Questi organi, in quanto manifestazione dell'energia neutralizzante dell'Atomo spiritualizzato (Chitta, il Cuore), costituiscono un corpo energetico chiamato corpo dell'energia, o forza vitale, o prānā

--------------------------------------------------------------------------------

A rigor di logica, in aggiunta a questi "dieci sensi" dovremmo aggiungere, sempre secondo lo Yoga, anche le cinque categorie degli oggetti dei relativi sensi, ma ciò è fatto solo in via conoscitiva, in quanto questi ultimi non saranno inclusi nella breve analisi che si andrà a fare.

Visaya o Tanmatra, i cinque oggetti dei sensi - gli attributi negativi delle cinque forze elettriche
  • oggetti dei sensi dell'odorato
  • oggetti dei sensi del gusto
  • oggetti dei sensi della vista
  • oggetti dei sensi del tatto
  • oggetti dei sensi dell'udito
--------------------------------------------------------------------------------

Questi ultimi chiudono virtualmente il ciclo poiché unendosi agli organi dei sensi grazie al potere neutralizzante degli organi dell'azione, soddisfano i desideri del cuore. In una forma molto schematica, come riportato sopra, il tutto può apparire freddo e complicato ma se pensiamo all' esempio di un uomo ( il nostro essere umano quindi il relativo abitante interiore ) che vede ( senso della vista ) una bella donna ( oggetto del senso della vista ), questi agirà per mezzo di mani, piedi, parola e possibilmente anche degli organi riproduttivi ( organi dell'azione ) per cercare di soddisfare i desideri del cuore. L'esempio appena riportato può risultare molto grezzo ed improprio ma credo che renderà benissimo l'idea. Non è tuttavia un mezzo idoneo al raggiungimento del pratyāhāra in quanto implica che ci siano alcune porte aperte e l'energia vitale, o prānā, non è di conseguenza interiorizzata ma è diretta verso l'esterno.
Dominate dalla sete di sensazioni le persone balzano qua e là,
come lepri incappate nella rete.
Soggetti a vincoli e legami,
continuamente e a lungo, vanno verso il dolore

Gautama Buddha - Dhammapada, 342
Osservazione dei sensi durante l'attività

Il processo di interiorizzazione inizia, come si sarà già capito, con con il pratyāhāra, cioè con l'inversione della corrente della forza vitale, o prānā, lungo le direttrici dei sensi. L'osservazione di questi attributi è quindi il primo passo verso la conoscenza di Sé, o Auto-Realizzazione: questi dieci attributi hanno in comune il fatto di essere visti semplicemente come porte; sono soltanto porte, o di entrata o di uscita. Il fatto di osservarli durante la vita quotidiana, azione che potremmo definire come "meditazione attiva" porta a diventare sempre più consapevoli di sé, dell' abitante interiore. Si riesce progressivamente a percepire come questo abitante interiore, che siamo noi stessi, si relaziona con il mondo esterno per mezzo dei dieci strumenti dei sensi. 

Procedendo gradualmente si potrebbe arrivare, esercitandosi opportunamente tramite l'auto-osservazione, alla separazione discriminativa dei dieci sensi per giungere infine alla piena consapevolezza di essi. Da qui, data per scontata una conoscenza di massima dei Chakra e della loro collocazione lungo il canale spinale, si può passare a stabilire le corrispondenze di ciascun senso ( o coppia di essi a causa della dualità ) con il relativo chakra, o centro di energia. Tutto questo per arrivare a discriminare la posizione di meditazione, il processo del meditare e le azioni che si fanno o non si fanno durante la meditazione stessa, quindi per rendere possibile il raggiungimento di uno stato interiore, nel nostro caso di adesso, il pratyāhāra.

Chakra Jnanendriya Karmendriya
1 - Muladhara - coggigeo odorato escrezione
2 - Svadhisthana - sacrale gusto riproduzione
3 - Manipura - lombare vista moto (piedi)
4 - Anahata - dorsale tatto abilità manuale (mani)
5 - Vishudda - cervicale udito parola
La mente, che opera attraverso il Kutastha, il sesto chakra, il quale è sperimentato nel centro tra le sopracciglia, è il centro di coordinamento dei cinque chakra sottostanti, che in definitiva dipendono da esso. Nel Kutastha quindi, la mente è, sia il contenitore delle informazioni di conoscenza importate dalle cinque porte di entrata degli organi dei sensi ( Jnanendriya ) e delle loro controparti fisiche, sia il coordinatore delle istruzioni date ai cinque organi di azione ( Karmendriya ) ed alle loro controparti fisiche.

Chakra Jnanendriya Karmendriya
6 - Ajna - mente ricettore coordinatore
7 - Sahashrara - coscienza riserva di energia
Infine la coscienza, che opera attraverso sahashrara, il settimo chakra, provvede a fornire l'energia necessaria alla mente per operare e, secondo le necessità, agli altri cinque chakra per mezzo della batteria di energia rappresentata dal midollo allungato o Bocca di Dio.
Come una goccia d'acqua su una foglia di loto,
come un seme di senape sulla punta d'un ago,
non s'aggrappa al piacere dei sensi
Gautama Buddha - Dhammapada, 401
Con la conoscenza, la comprensione e la messa in atto di queste nozioni sotto forma di processi si può arrivare a padroneggiare il fatto dello stabilire a volontà un determinato stato interiore. Si è al timone della nave. Può a questo punto essere d' aiuto l'analogia di considerare i sensi come un guanto e la coscienza come la mano; ritirare i sensi all' interno diventa quindi come togliere la mano dal guanto. Quando i sensi sono ritratti ci trova di fronte alla mente in persona, nel punto cioè da cui parte la reale pratica della concentrazione, che ci dovrebbe poi portare alla meditazione ed alla supercoscienza.

Analisi dell'atto meditativo

Quando ci si appresta a praticare, come insegna Patanjali, si sceglie una posizione ferma. Questo fa sì che buona parte degli organi di azione siano posti in uno stato di inattività, quindi ritratti o ritraibili. A meno che un Mantra non venga cantato ad alta voce, fatto più frequente ad inizio meditazione per produrre una certo grado di interiorizzazione, si tace, per porre in stato di inattività il senso d'azione della parola. Gli occhi vengono chiusi e talvolta, quando si cercano di udire i suoni interiori, si chiudono anche le orecchie. Alcune scuole usano particolari bendaggi per chiudere le orecchie e gli occhi contemporaneamente. Non si mangia e le sensazioni tattili ed olfattive vengono rese inattive. Tutto si ritrae all' interno e se tutte le porte sono chiuse a dovere, come anticipato prima, ci si trova di fronte alla mente.
' L'uomo deve usare la propria mente per liberarsi, non per degradarsi.
La mente è amica dell'anima condizionata, ma può anche essere la sua nemica.
Per colui che ne ha il controllo, la mente è la migliore amica,
ma per colui che ha fallito nell'intento, diventa la peggiore nemica.'
Bhagavad - Gita VI. 5-6
...che "tradotto" nei termini del Buddha
Se la tua mente diverrà stabile come una roccia e non vacillerà più,
in questo mondo in cui tutto vacilla,
allora essa sarà il tuo migliore amico
e la sofferenza non ti attraverserà più la via.
Theragatha - parole degli anziani
La Mente
' La mente, o Krsna, è fuggente, febbrile, potente e tenace;
dominarla mi sembra più arduo che controllare il vento'
Bhagavad - Gita VI. 34
La mente è per sua natura instabile ed irrequieta e ciascuno può sperimentarlo qualora ci si ponga l'obbiettivo di acquietarla. Come è stato detto prima è il centro di coordinamento delle attività dei sensi ed il recettore di tutte le esperienze sensorie che provengono dal mondo esterno. Anche se si chiudono occhi ed orecchie si noterà che una moltitudine di suoni ed immagini continueranno a sorgere all'interno.

Questo è il prodotto dei sensi interni; possiamo vedere un oggetto nel mondo esterno ed averne una immagine interiore nel nostro mondo interno. Queste immagini talvolta coincidono, ma spesso la mente deforma l'immagine interiore così che se ne ricava una versione soggettiva diversa da quella oggettiva.... se tentassimo di proseguire oltre ci troveremmo solo a produrre ulteriori complicazioni.

Si sono chiuse le dieci porte e ci si trova di fronte ad un nuovo ostacolo. Anche qui però si può trovare aiuto in un piccolo esempio: Il saggio Vyasa dà una grande spiegazione del processo di interiorizzazione del Pratyahara assimilando mente e sensi alle api che seguono l'ape regina quando questa và a dormire. Similmente i sensi seguono la mente, dove và l'una gli altri la seguono. Quindi la chiave per il ritiro dei sensi all' interno è concentrare la mente su di un' unico punto ( ekagra ).

Non è quindi il processo di ritrarre i sensi che porta alla concentrazione della mente ma è vero il contrario, cioè che il concentrare la mente su di un' unico punto porta naturalmente il ritiro dei sensi dai loro oggetti e quindi all'interno.
' Il Signore, Sri Krishna, disse:
O Arjuna dalle braccia potenti,
è indubbiamente molto difficile dominare la mente irrequieta;
tuttavia, o figlio di Kunti, è possibile con la pratica costante e col distacco.'
Bhagavad - Gita VI. 35
Normalmente le persone rifiutano completamente l'atto del ritiro dei sensi, anche quelle che si dicono disposte a "meditare". Il termine è sovente usato impropriamente e quello che viene definito "meditazione" si traduce spesso nel sedere quietamente in mezzo alla natura, ascoltare musica ad occhi chiusi oppure nel cercare visioni interiori. La meditazione Yoga non è questo, poiché tutte queste attività implicano l'uso (e quindi l' attaccamento) di qualcuno dei sensi. Il ritiro dei sensi significa sospendere l' uso di tutti gli strumenti interni di percezione sensoria sia verso l'esterno che verso l'interno di noi stessi. 

La volontà di essere aperti o chiusi all' atto del ritiro dei sensi segna la linea di demarcazione tra coloro che vogliono sperimentare la profondità della meditazione e coloro che vogliono soltanto ottenere qualche grado di rilassamento mentale. Solo una piccola minoranza opterà per la profondità della meditazione che inizia sempre con il ritiro dei sensi, o pratyāhāra. Si noti come col giusto atteggiamento e con la giusta preparazione questo stato venga naturalmente; vivere in modo naturale, come prescrive il Kriya, è condurre uno stile di vita regolato secondo le regole di yama e niyama; questo porta alla purificazione della mente. 

Praticare āsanas e prānāyāma con la mente concentrata aiuta quest'ultima nel focalizzarsi sul modo di operare dei dieci sensi e nella loro esplorazione. Con queste pratiche, nel tempo, si opera un sostanziale cambiamento interiore per cui il ritiro dei sensi avviene naturalmente; con la dovuta applicazione ciò porterà poi alla concentrazione ed alla meditazione vera e propria.
Colui che camminando, stando fermo in piedi, stando seduto oppure
giacendo controlla i propri pensieri, godendo della loro cessazione,
un tale praticante giunge al conseguimento del supremo risveglio.
Gautama Buddha - Itivuttaka, 110
Si andrà ora a fare un' approfondimento sulla mente, facendo un'analisi psicologica dal punto di vista dello Yoga e cercando di fornire anche dettagli pratici su come sia possibile guidarla "scientificamente" per i giusti scopi, per la ragione, cioè, per cui fu concepita. Rifacendoci al capitolo in cui Sri Yukteswar illustra e spiega la Creazione, si noterà che esiste un punto in cui viene descritta la mente. Osservando il disegno essa si trova esattamente nel punto in cui originano le due forze "elettriche" di attrazione e repulsione, situata già nel regno delle "tenebre" (Maya), poiché è posta al di sotto dell' Atomo (Anu) il cui insieme costituisce appunto Maya, e "prigioniera" nella gabbia formata dallo spazio e dal tempo (Desa e Kala). 

Questo spiega abbastanza chiaramente la natura "vorticosa" della mente stessa da cui non è difficile dedurre perché sia così arduo controllarla. Una attenta osservazione del genere umano e dei suoi comportamenti porterà alla facile conclusione di come molti siano gli individui guidati dai loro sensi e dalle loro menti e di come, in sostanza, non siano loro stessi a prendere le decisioni ma qualcos'altro. Il risultato di questo processo è che spesso gli esseri umani sono cagione dei propri guai, guai che essi stessi si sono auto-creati a causa di una mala-interpretazione, quando non di una ignoranza completa, del "fattore" che dovrebbe invece servire a liberarli e non ad imprigionarli in ulteriori complicazioni. Per cominciare la disamina della mente e delle sua parti credo sia utile iniziare richiamando l'attenzione su un fattore importante nel cammino dello Yoga in generale: l'Osservatore o il Testimone. Chi è costui ? 

Chiunque abbia conseguito l'Auto-Realizzazione dirà certamente che è il "Sé", l'Anima, Ciò che siamo veramente. Ma anche altri, che ancora sono in cammino e ne hanno già percorso un certo tratto diranno la stessa cosa, essendo "Quella" la meta che stanno perseguendo. Probabilmente una terza categoria di persone, quelle che continuano a "nuotare" nel mare delle "percezioni sensorie" senza sentire la necessità di "guardare oltre", potrebbe dare risposte più incerte e variegate. Consapevole del fatto che queste ultime affermazioni potrebbero sollevare mille ragionevoli obiezioni, tengo a precisare che non è mia intenzione fare una distinzione su base verticale di chi è più bravo o avanzato e di chi invece lo è meno; non è questo il senso dello Yoga. Ognuno di noi è in cammino, che lo voglia o no, che lo ammetta o meno. La Vita è un interrogativo grande, ed il fatto di non porsi la domanda, benché possa essere una risposta, non è certamente la sola opzione possibile. Chi intraprende la via dello Yoga ha certamente un' interrogativo a cui sente il bisogno di dare una risposta, altrimenti non sceglierebbe una via così "stretta" ed impervia.

Come potremmo dunque definire questo "silenzioso" Testimone ? A me piace definirlo come Colui che osserva tutto quello che noi facciamo. Quel "Colui" altri non è che noi stessi. Quel "Colui" che è il solo in grado di testimoniare come corpo, respiro, sensi e mente operano, assieme e singolarmente. Nello Yoga questo "Colui" è chiamato l'Atman, il Sé, ed è la ragione degli sforzi, delle rinunce e della disciplina a cui lo yogi si sottopone. Si potrebbe darne un'immagine pratica paragonandolo, ad esempio, al mozzo di una ruota che rimane fermo mentre questa gira soggetta alle varie forze che agiscono su di essa, oppure anche alla luce riflessa sulla ruota che emana da un punto fermo, esterno ad essa, come nella figura sottostante. I vari colori mutano la tonalità della luce riflessa che tuttavia rimane fissa nello stesso punto nonostante la rotazione.

L'Atman, come si è già detto nella sezione riguardante i sensi, nelle vesti della coscienza opera attraverso Sahashrara, il settimo chakra, provvedendo a fornire l'energia necessaria alla mente per operare e, secondo le necessità, agli altri cinque chakra per mezzo della batteria di energia rappresentata dal midollo allungato o Bocca di Dio. La mente, a sua volta, opera attraverso il Kutastha, il sesto chakra, il quale è sperimentato nel centro tra le sopracciglia; è il centro di coordinamento dei cinque chakra sottostanti, che in definitiva dipendono da esso. Nel Kutastha quindi, la mente è, sia il contenitore delle informazioni di conoscenza importate dalle cinque porte di entrata degli organi dei sensi ( Jnanendriya ) e delle loro controparti fisiche, sia il coordinatore delle istruzioni date ai cinque organi di azione ( Karmendriya ) ed alle loro controparti fisiche. Riprendendo l'esempio della nostra ruota potremmo quindi paragonarla alla mente, che gira avanti e indietro soggetta all'azione del mondo. Lo Yoga suddivide la mente in quattro parti, a seconda delle funzioni svolte da ciascuna: Manas, Chitta, Ahamkara e Buddhi. Si procederà ora ad analizzare singolarmente ciascuna di queste componenti.

Le quattro menti: Manas, Chitta, Ahamkara e Buddhi



Manas è la forma di mente "più bassa". E' quella che, come descritto sopra, interagisce con il mondo esterno coordinando i sensi di azione in uscita e percependo le sensazioni cognitive in entrata. E' anche la forma di mente che pone dubbi e domande e che può causare grandi difficoltà se esercita un predominio eccessivo. Svolge un ruolo simile a quello di un coordinatore in una fabbrica; dirige gli operatori ma non è preposto a prendere decisioni. Come si vedrà più avanti è la parte rappresentata da Buddhi quella che dovrebbe prendere le decisioni, ma spesso questa parte è offuscata di modo che Manas, secondo la sua natura, continua a porre domande cercando risposte soddisfacenti. Se non le ottiene diviene incline ad ascoltare quella fra le altre parti che grida più forte, che di solito sono le informazioni accatastate nel grande magazzino di Chitta, quali i vari voleri, desideri, attrazioni e repulsioni.

Tutto quanto entra nella mente tramite le cinque porte di entrata (ogni sorta di percezione sensoria, impressioni ed esperienze) viene immagazzinata nel grande contenitore di Chitta; è la riserva da cui si attingono le informazioni del passato ed in cui vengono continuamente immagazzinate quelle nuove. Come ogni grande piattaforma di stoccaggio è bene che sia tenuta in ordine il più possibile onde evitare grande confusione o dimenticanze quando si deve ripescare qualcosa oppure, cosa peggiore, che la grande quantità di dati sparsi qua e là comincino a sorgere spontaneamente fornendo a Manas i comandi errati con cui interagire col mondo esterno. E' la parte che viene usata quando si agisce impulsivamente, senza riflettere più di tanto. La funzione di Chitta è quindi molto utile in quanto ci permette di conservare la memoria delle cose, ma deve essere coordinata con le altre parti onde evitare, come abbiamo visto, azioni d'impulso di cui ci si potrebbe pentire.

Ahamkara, l'Ego individuale, è quella forma di mente che dà il senso di esistenza, in sostanza " l'Io Sono ", che si percepisce come una distinta, separata unità. Dà sì il senso di identità ma al contempo è in grado di creare anche sentimenti di separazione, dolore ed alienazione. Quando la luce dell'Anima, come nell'esempio della ruota in movimento più sopra, assume le colorazioni di questi sentimenti negativi, si identifica con essi dimenticando di essere la pura luce che emana da fuori. Ahamkara è l'onda impetuosa che dichiara: "Io Sono". Questa onda talvolta entra in combutta con le impressioni presenti nella Chitta, facendo sì che queste assumano diverse "colorazioni" o klishta (paura, avversione, attaccamento, egoismo, o ignoranza della vera natura dell'uomo) oppure altre volte con Manas che risponde facendo sorgere i vari desideri di questa individualità separata, guidando quindi l'individuo verso il loro soddisfacimento. Tutto questo mentre Buddhi, l'aspetto più profondo della mente che sa, decide e discrimina, rimane offuscato dietro una coltre di nubi. Per questo nello Yoga si dice che purificare Buddhi è il compito più importante nell'arduo lavoro di controllare la mente, tappa necessaria nel cammino della meditazione verso l'Auto-Realizzazione.

La radice della parola Buddhi, Bhud, significa "uno che è stato svegliato". Buddhi si configura come l'aspetto più alto della mente, la porta verso la saggezza interiore, ed è quello che la capacità di decidere e giudicare giustamente. Compie altresì discriminazioni e differenziazioni cognitive ed è in grado di determinare sempre la più saggia tra due o più scelte disponibili, se funziona con chiarezza e se Manas accetta la sua guida. Nella fabbrica della vita Buddhi dovrebbe sempre essere quello che prende le decisioni, altrimenti Manas prenderà le istruzioni dagli schemi delle abitudini immagazzinate nella Chitta che, come si è visto poc'anzi, prendono colore da Ahamkara, l'Ego. Sono proprio tutte queste abitudini, metaforicamente colorate dai vari sentimenti, e le varie impressioni che spesso offuscano la chiarezza di Buddhi. Lo Yogi ha quindi il compito, nella sua sadhana o pratica spirituale, di togliere le nubi che avvolgono il proprio Buddhi di modo che la chiara visione che ne deriva lo possa guidare verso le scelte giuste che portano a cogliere i frutti della pratica spirituale. Tuttavia Buddhi è sempre e comunque parte della mente che lo yogi deve trascendere per arrivare al suo traguardo. Furono infatti i più sottili aspetti di Buddhi che agli inizi incominciarono a vedere la divisione dove invece c'era unità. La difficoltà risiede quindi nel discriminare tra Buddhi, strumento stesso della discriminazione e della profonda esperienza della meditazione, e la pura coscienza che va al di là di esso; questo è uno degli stadi ultimi del cammino.

Interazioni tra le quattro menti

Prima di arrivare a determinare le azioni pratiche da porre in atto per tentare il controllo della mente occorre ancora, a mio avviso, fare qualche puntualizzazione riguardo ad alcuni dei quattro fattori e delle loro interazioni. Intanto la scomposizione che viene fatta nei quattro fattori sopra citati è solo una questione analitica che ci facilita in questo arduo passo, ma la mente è e rimane una sola; Patanjali afferma infatti nei suoi Yoga Sutras - 4,20 - "Se potesse esistere un'altra mente per percepire la mente, si svolgerebbe un processus ad infinitum che potrebbe generare confusione di memoria". La mente è quindi una sola ed i quattro fattori, o meglio le interazioni mentali che avvengono tra le varie funzioni che essa espleta, sono quanto si deve arrivare ad osservare e discriminare per una piena e serena testimonianza di essa. Ne deriva quindi la consapevolezza e l'accettazione di tutti i suoi processi basilari di funzionamento su cui porre le basi per le azioni, interiori ed esteriori, utili al fine della purificazione di Buddhi e quindi della mente stessa nella sua interezza.

Onde evitare confusioni la prima distinzione và fatta sul fattore Ahamkara o Ego. Questa è una parola ed un concetto piuttosto diffuso nella psicologia moderna e qui si cercherà di darne l'esatta definizione dal punto di vista dello Yoga. In realtà non esistono contrasti evidenti ma è molto utile definire bene i concetti. "Ego" è usato in due modi distinti e per rendere questo esplicito vorrei usare una metafora che parla di due case, assolutamente identiche nella sostanza ma con la differenza che una è tutta bella dipinta e decorata mentre l'altra è, per così dire, in bianco e nero. Ora se ci piacciono i colori e le decorazioni diremo che la prima è bella mentre la seconda no e viceversa qualora il nostro gusto abbia preferenze per un mondo in bianco e nero.

Nel linguaggio comune dei tempi in cui viviamo la parola "Ego", riferendosi alla struttura della nostra personalità, è paragonabile ai colori ed alle decorazioni della metafora di cui sopra e dà meno importanza all'esistenza della casa in sé. Nella psicologia Yoga invece, che considera l'Ego come la potente onda capace di affermare la propria individuale esistenza, il paragone è assolutamente con la casa stessa e non con tutti i colori e le decorazioni che sono considerati come false identità. Occorre dunque comprendere questa distinzione e non fare confusione quando si ha a che fare con questa parola che può esprimere due concetti, entrambi utili e validi, ma diversi. Si opererà quindi sui colori e sulle decorazioni nell'ambito delle pratiche della moderna psicologia mentre si interverrà sulla casa nell'ambito delle pratiche yogiche; la cosa più importante è seguire ciò che veramente necessita durante un determinato passo della vita. Come si suol dire "anche l'occhio vuole la sua parte"; intervenire direttamente sulla casa quando si era animati da spirito pittorico potrebbe portare a non eseguire i lavori adatti, mentre una bella casa con tutti i suoi impianti funzionanti a dovere, dipinta con le tinte più appropriate e provvista di tutti gli accessori del caso, diventa un prezioso e piacevole luogo in cui dimorare. 



Nella psicologia Yoga, tutti i dipinti colorati e le decorazioni sono associabili alle impressioni ed ai ricordi immagazzinati nella Chitta e succede comunemente che l'Ego commetta l'errore di identificarsi con essi, ed ad un livello ancora più profondo anche l'Atman può esserne riguardato e commettere lo stesso errore, un po' come la luce riflessa sulla sulle superfici rotanti colorate dell'esempio riportato prima, che assume i toni dei vari settori che le si pongono davanti. Il nodo è quindi questa associazione errata che l'Ego fa con le informazioni che si trovano nella Chitta che fa sì che queste, che sono semplicemente dati neutri registrati, assumano le varie colorazioni dovute alle coppie di opposti ( attrazione-repulsione, piacere-dolore, ecc...) proprie dell'Ego. 

Queste "impressioni colorate", che Patanjali chiama "Chitta Vrtti", comunicano quindi a Manas le informazioni che guideranno le azioni, che saranno quindi basate solo e puramente sulle abitudini e non sul libero arbitrio e le conseguenze sono le sofferenze mentali ed emotive che l'individuo sovente sperimenta come ritorno karmico, ossia come effetto conseguente alle cause che egli ha posto in essere. Lo Yoga propone delle soluzioni a questa problematica intrinseca che affligge l'uomo, soluzioni che comportano il suo coinvolgimento ed il suo conseguente cambiamento: l'azione combinata delle pratiche yogiche e dell'auto-introspezione. Riguardo alle pratiche tutta la sequenza degli esercizi del Kriya può sicuramente rappresentare una buona scelta e dalla prossima sezione saranno man mano descritti anche quelli successivi al "primo", mentre per quanto riguarda l'auto-introspezione si cercherà qui di seguito dare alcuni indirizzi.

Osservazione e Testimonianza

Riassumendo brevemente quanto è stato detto fino ad ora, abbiamo visto che per porre i sensi sotto controllo occorre controllare la mente; a questo proposito è stato proposto l'esempio dell'ape regina e del suo sciame. L'ape regina è la mente e lo sciame sono i sensi; dove và la prima gli altri la seguono. Si poi constatato che controllare la mente non è un compito semplice per cui il primo passo è quello di conoscerla. In questa sezione è stata proposta una teoria che, secondo lo yoga, distingue quattro funzioni fondamentali secondo cui la mente opera e ciascuna di esse è stata analizzata ed identificata. A questo punto deve entrare in campo la volontà dell'aspirante poiché si tratta di praticare una meditazione, che definiremo "attiva", in quanto comporta la discriminazione tra le quattro funzioni, l'accettazione della natura di ognuna di esse, l'osservazione attiva di come esse operano quindi la testimonianza di tutti i processi, che conduce ad una graduale identificazione dell'Ego con il Sé anziché con le "impressioni colorate" della Chitta. Questo operare interiore è la funzione di Buddhi che viene quindi gradualmente risvegliato e purificato, unitamente alle pratiche che lo Yoga ed il Kriya in particolare propongono. La via non è facile ad agevole come prendere una pillola ed aspettare che il "male" passi; coinvolge l'individuo e lo muta a livello sottile fino alla progressiva rinascita di un "uomo nuovo". 

Egli è al timone della sua nave e la sua salvezza sta in buona parte nelle sue mani. In pratica occorre osservarsi mentre ci si muove nel mondo, a come si agisce e si parla, ponendo attenzione ai gesti ed al linguaggio del corpo, alle finalità per cui si intraprendono determinate vie e le azioni che si è disposti a fare per giungervi, essendo estremamente onesti con sé stessi. Si vedrà così riflesso, nello specchio interiore, ciò che sta alla base di quei movimenti, cioè la funzione mentale che sta operando. Risalendo così all'origine degli eventi che si pongono in atto si potrà confermarne le cause oppure modificarle, se esse non sono ritenute opportune. Questo è un ottimo sistema per "testimoniare" l'azione di Manas. Diventare invece consapevoli del continuo flusso di pensieri, ricordi, emozioni e sentimenti vari che continuamente sorgono e richiedono l'attenzione di Manas ponendovisi davanti, è un buon modo per "testimoniare" Chitta. Se ci si ferma bene ad osservare, senza indurre nessuna azione, si noterà che così come quello sciame di pensieri irrompe all'attenzione provenendo da chissà dove, pian piano scompare e ritorna allo stesso luogo: Chitta. 

Si potrà quindi serenamente dedurre che "Noi" non siamo quei pensieri, che comunque fanno parte di noi, ma semmai Colui che è in grado di testimoniarli. Osservare poi le varie "colorazioni" che attrazione, repulsione o indifferenza danno allo sciame di impressioni, che sorgono da Chitta e si pongono all'attenzione di Manas, è un modo di testimoniare l'intervento di Ahamkara. Si noti che Chitta può anche essere raffigurato come un grande lago, originariamente calmo, la cui superficie assume le increspature tipiche delle correnti e delle onde dovute all'azione che le varie impressioni esercitano. Queste increspature portano già di per sé un certo grado, seppur lieve, di agitazione mentale che, combinata con l'azione dei "coloranti" che Ahamkara ha su di esse, può alle volte trasformarsi in vere e proprie tempeste. Queste attrazioni-repulsioni sono in definitiva assimilabili a vere e proprie forze, come quelle presenti nelle strutture degli atomi e possono essere forti oppure deboli, fino a diventare quasi inavvertibili; percepire queste ultime dà un'idea molto chiara della sottigliezza con cui l'Ego dipinge le situazioni. I primi tempi in cui si inizia l'osservazione è tuttavia molto più semplice osservare le "interazioni" più deboli, benché sembri un paradosso; quelle più forti ci coinvolgono così tanto, si è talmente immedesimati in loro che diventa estremamente difficile divenirne consapevoli e quindi smascherarle.



In base a queste premesse potrebbe venire facile dedurre che l' Ego sia un nemico e che ogni nostro sforzo debba essere volto ad eliminarlo, che è quanto in molti sistemi moderni, siano essi "psicologici" o di "crescita spirituale", viene proposto. Nello Yoga, alla luce delle due descrizioni date dell'Ego più sopra e del processo di purificazione della funzione mentale di Bhuddi, l'approccio con l'Ego medesimo è portato avanti in un modo differente; piuttosto che tentare di ucciderlo si cercherà di diventarvi amici al fine di educarlo. Il problema infatti non risiede nell'Ego in sé ma nel processo di identificazione con le false realtà che esso produce, quindi non è qualcosa di malvagio che ha bisogno di essere punito quanto piuttosto una parte di noi che ha bisogno di essere educata assieme alle altre tre funzioni mentali, in particolare Manas. Anche qui l'amore gioca un ruolo fondamentale; se abbiamo amore per noi stessi ben difficilmente sceglieremo che una parte di noi ci venga strappata o venga uccisa, piuttosto opteremo per cambiare le sue abitudini dannose. Se morte ci deve essere quindi, che sia per le associazioni errate che intervengono tra le informazioni che risiedono nella Chitta e gli attaccamenti-repulsioni proprie dell'Ego. 

Queste associazioni sono chiamate da Patajiali "klishta" mentre il processo di "decolorarle" è chiamato "aklishta". La "morte" di queste associazioni non significa quindi la morte dell'Ego che anzi, diventa più forte con la loro scomparsa. Le persone che praticano Yoga parlano sovente del risveglio di Kundalini, che è una manifestazione della "Kundalini Shakti", dove "Shakti" rappresenta la primordiale energia spirituale. Benché questa forma di energia sia quella che venne prima di tutte la altre, con una metafora si può dire che esiste una forma di "Shakti" che venne prima ancora, perfino prima della Kundalini Shakti, che si chiama "Sankalpa Shakti" che non è altro che l'energia che proviene dalla determinazione. Nel cammino spirituale questo tipo di energia diventa determinante per l'aspirante e si estrinseca in affermazioni del tipo: "Posso farcela!" - "Ce la farò!" - "Devo farcela!" Questa non è altro che la positiva applicazione della forza di Ahamkara e si capisce bene che non è qualcosa di negativo che deve "morire" ma piuttosto uno strumento essenziale e positivo che ha bisogno di essere appropriatamente educato e coltivato perché possa essere utilizzato nel viaggio interiore. Le "false identità" ed il processo della loro "decolorazione" sono principi fondanti della disciplina dello Yoga ed infatti Patanjiali li pone all'inizio degli Yoga Sutras (1.1 - 1.4) di cui riporto un paio di traduzioni.
Atha yoga nu sasanam

Yoga citta-vrtti-nirodhah
Tada drastuh svarupe 'vasthanam
Vrtti-sarupyam itaratra

[Si illustra] ora la disciplina dello Yoga.
Yoga è l'arresto delle modificazioni mentali
A questo punto il testimone è stabile in sé stesso.
Negli altri stati esiste identificazione con i mutamenti della mente.
In verità, l’esposizione dello Yoga o Concentrazione, sta ora per essere fatta.
La Concentrazione o Yoga consiste nell’impedire le modificazioni del principio pensante.
Durante la concentrazione l’anima rimane nella condizione di uno spettatore senza spettacolo.
Nei momenti in cui non c’è concentrazione, l’anima assume la stessa forma della modificazione della mente.

Poi nel quinto aforisma si legge: "Vrttayah pancatayyah klishta aklistha" cioè "Le modificazioni mentali sono di cinque tipi; esse sono dolorose o non dolorose" dove vengono introdotti i concetti di "klishta" e "aklistha" e per quanto riguarda la nostra esposizione il cerchio si chiude.

E' stato quindi affrontato l'argomento "mente" dal punto di vista dello Yoga tentando di dare un'esposizione tecnica, con alcuni riferimenti agli Yoga Sutra di Patanjiali, e cercando di dare all'assieme un tono assolutamente neutro. Non si riscontrano infatti tracce di devozione verso il Divino che pure sono importanti, se non fondamentali, in ogni esperienza mistica, ma si è data preferenza alla ricerca della neutralità poiché una delle finalità intrinseche era proprio la "decolorazione" delle impressioni mentali quale risultato dell'osservazione e della testimonianza del funzionamento della mente. Con questo non voglio esprimere alcuna preferenza dell'uso delle tecniche rispetto alla devozione, anzi personalmente credo che l'implicazione di quest'ultima funga da volano, da spinta, per l'aspirante che segue il cammino interiore. 

Non ho la possibilità di fare raffronti di esperienze di diverso tipo ma intuitivamente credo che di sola tecnica non si vada da nessuna parte in un percorso mistico, ma sono altresì convinto che la combinazione di esse, qualora siano corrette, con il giusto grado di aspirazione verso il Supremo rappresenti un ottimo veicolo per l'evoluzione spirituale dell'individuo. E' possibile che si raggiunga la Meta in questa incarnazione oppure no, ma chi segue la via dello Yoga sente intuitivamente che i propri sforzi non andranno perduti, così come promesso anche da Babaji, per cui il giusto impegno spirituale non deve venire meno.

I guna o qualità

Secondo la filosofia indù, la coscienza si manifesta con tre diversi aspetti. Per l'uomo, la vita e la coscienza, insieme all'intero cosmo sono emanazioni di un unica materia o sostanza cosmica (prakrti), emanazioni che differiscono nella designazione per il predominio di tre differenti qualità o guna classificabili come:

Sattva - l'illuminante, pura o buona qualità, che guida alla chiarezza e alla serenità mentali

Raja - la qualità di mobilità o attività, che rende attivi ed energici, tesi e caparbi

Tama - la buia e deprimente qualità, che impedisce e ostacola la tendenza di raja a lavorare e di sattva ad illuminare.
Tama è uno stato di delusione, oscurità, inerzia e ignoranza. La persona in cui esso predomina è inerte e immersa in uno stato di torpore. La qualità sattva conduce al divino e tama al demoniaco; tra queste due è ràja.

La fede sostenuta, il cibo consumato, i sacrifici compiuti, le austerità subite sono i doni offerti da ciascun individuo secondo il suo guna predominante. Chi ha i propri intenti rivolti al divino è senza paura, puro, generoso e padrone di sé; approfondisce lo studio dell'Io; rinuncerà ai frutti del proprio lavoro, adoperandosi soltanto per il lavoro in sé; non è violento, ma verace e libero dall'ira; ha una mente tranquilla, senza malizia ed è caritatevole verso tutti, poiché è libero dalla brama. È gentile, modesto ed equilibrato; illuminato, clemente e risoluto, libero dalla perfidia e dall'orgoglio. Un uomo in cui predomina raja-guna ha brama interiore ed è attaccato alle cose. Dato che è collerico e avaro, fa del male agli altri. Essendo pieno di brama e di odio, invidia e falsità, i suoi desideri sono insaziabili. È incostante, volubile, si distrae facilmente, ambizioso e avido di guadagno. Cerca la protezione degli amici ed è orgoglioso della famiglia. Indietreggia di fronte alle cose spiacevoli e si aggrappa alle piacevoli. Il suo modo di parlare è stizzoso e il suo stomaco ingordo.

Chi ha tendenze demoniache è falso, insolente e presuntuoso. È pieno di rabbia, crudeltà e ignoranza. In persone simili non esistono né purezza, né buona condotta, né verità. Soddisfano le proprie passioni; ma confusi da numerosi desideri e presi nella rete della delusione, coloro che sono dediti ai piaceri sensuali, precipitano nella dannazione. L'atteggiamento della mente di persone che hanno guna predominanti diverse risaltano dal modo in cui esse avvicinano un comandamento universale come "Non desiderare la roba d'altri". Un uomo in cui predomina tama-guna potrebbe interpretarlo così: "Gli altri non dovrebbero desiderare ciò che è mio, in qualunque modo io l'abbia ottenuto. Se lo faranno li distruggerò." Il tipo raja-guna è una persona calcolatrice e interessata che vorrebbe interpretare il comandamento secondo il significato: "Non desidererò la roba d'altri per paura che desiderino la mia." Osserverà la lettera della legge come modo di condotta, ma non il vero spirito della legge come principio. Una persona di temperamento sattvika seguirà sia la lettera che lo spirito del precetto come principio e non modo di condotta, cioè come valore eterno. Sarà giusto soltanto nell'interesse della giustizia, e non per l'esistenza di una legge umana che altrimenti lo punirebbe.

Lo yogi come essere umano è soggetto a queste tre guna. Col suo costante e disciplinato studio di sé stesso e degli oggetti a cui i suoi sensi tendono, impara quali pensieri, parole e azioni sono ispirati da tama, e quali da ràja. Con uno sforzo incessante cancella i pensieri che nascono da tama e lavora per raggiungere una disposizione d'animo sattvika. Quando nell'animo umano rimane soltanto sattva-guna si è compiuta molta strada verso la meta finale. La forza dei guna è simile alla forza di gravità. Come per sperimentare le meraviglie dello spazio sono necessarie ricerche intense e discipline rigorose, così anche un minuzioso esame di coscienza e la disciplina fornita dallo Yoga sono necessari ad un aspirante per sperimentare la sua unione col "Creatore dello Spazio" quando si libera dalla forza dei guna. Vinta la forza dei guna è diventato un gunàtita (colui che ha trasceso i guna). È affrancato così dalla nascita e dalla morte, dal dolore e dalla sventura, e, liberatosi da queste catene, guadagna l'immortalità. Non ha identità propria poiché vive sperimentando la pienezza dello Spirito Universale: un tale uomo, che nulla disprezza, guida ogni cosa sulla via della perfezione.

Il Karma

Non ho certo la pretesa di dare una definizione esauriente del karma, oggetto a cui anche il Buddha fa riferimento come a qualcosa velato da impenetrabilità. Vorrei tracciarne solo qualche linea generale per delimitare i confini di un'area entro cui inserire il desiderio e la tentazione, due forze resistenti al cammino spirituale. La materia può apparire un poco "bigotta" ed infatti lo è da determinati punti di vista; personalmente non ho alcuna resistenza morale verso qualsiasi forma di trasgressione, ognuno è ovviamente libero di fare le proprie esperienze e, di conseguenza, valutare quanto ne deriva. La mia finalità e solo quella di fare un'analisi "tecnica" di alcune forze fondamentali che sono in campo nel cammino spirituale per cercare di portare chiarezza, dopo le opportune valutazioni personali, nella mente. 

Per cercare un punto di aggancio farò alcuni esempi generici cercando di portare l'animo e i ricordi nella sfera di alcune prediche ipocrite di cui si può essere stati oggetto o semplicemente spettatori in passato oppure, al contrario, ritornare a quei momenti tipici dell'adolescenza o della prima gioventù in cui si decideva deliberatamente di rompere certi schemi e regole dell'infanzia che erano stati imposti, per virare decisamente verso una vita di piaceri e libertà. Facevano quindi ingresso nella propria vita, ad esempio, sigarette, alcolici, o peggio ancora droghe di vario tipo. In altri casi si era deciso che mangiare era piacevole per cui non si era più posto limite all'assunzione di cibi e bevande gustose oppure ancora si era scelto per una vita sessuale disordinata e priva di regole, magari a scapito dei sentimenti. 

A seconda dello sviluppo e delle risposte del proprio karma ciascuno ha così delineato la propria vita, generalmente connotata da uno stato di scarsa consapevolezza di sé, e più d'uno, prima o poi, si è trovato a "pagare il conto" che la risposta karmica gli ha presentato. Qualcuno non ha nemmeno avuto né il tempo né la possibilità di rendersene conto ed eventualmente riparare perché i danni provocati al proprio sistema erano irreparabili e la vita è sfuggita troppo presto, altri invece hanno avuto questa possibilità ed hanno potuto scegliere se tornare indietro o continuare nonostante tutto, mentre per altri ancora pochi o addirittura nessun avvertimento è stato percepito. Quelli appena citati sono tutti facili esempi di karma: karma generato e ritorno karmico, in altre parole causa ed effetto. Non è mia intenzione entrare in banali moralismi come ho già detto prima; personalmente credo che ciascuno abbia il sacrosanto diritto di fare le proprie scelte ed anche i propri errori. 

Quello che mi propongo invece di fare è un'analisi il più possibile obbiettiva e scientifica del modo in cui energie come tentazione e desiderio agiscano sul karma personale, sul sistema dei chakra ed in definitiva sull'individuo stesso e nel fare questo utilizzerò, siccome in queste pagine è l'argomento centrale, il punto di vista dello Yoga quindi, spero, della Verità. Per le ipotesi di base mi avvarrò di alcuni passi della Bhagavad Gita nonché di alcune citazioni di Sri Yukteswar e Paramhansa Yogananda e fin qui sono abbastanza sicuro di non allontanarmi troppo dalla Verità, mentre per quelli che saranno gli sviluppi di considerazioni mie personali non mi sento, ovviamente, di garantire. 

Anche qui come in altre mie divagazioni precedenti, il giudizio è lasciato all'eventuale lettore, consapevole del fatto che le mie asserzioni siano in qualche misura, se non totalmente, opinabili. Per cercare innanzitutto di dare una definizione del karma, obbiettivo non semplice, prenderemo in considerazione il terzo capitolo della Bhagavad Gita, che ne costituisce la seconda lezione in quanto negli antichi testi Indù il primo capitolo era sempre inteso come una introduzione. Il punto sostanziale è che senza l'esecuzione di lavoro, azione, sforzo o comunque messa in campo di energia non solo non si può ottenere la rinuncia e quindi la liberazione, ma non si può nemmeno sopravvivere. Non si può far altro che lavorare, quindi, sotto la spinta propulsiva delle forze della prakrti, i Guna. 

Occorre imparare quindi con quale intento eseguire il lavoro, quindi il karma, al fine di raggiungere pienamente la meta dello Yoga, ed il segreto sta appunto nella conoscenza dell'arte di come portare a compimento questo giusto lavoro. La Bhagavad Gita dice a questo proposito:
na hi kascit ksanam apijatu tisthaty akarma-kritkaryate hy avasah karmasarvah prakriti-jair gunaih
--------------------------------------------------------------------------------

Tutti gli uomini sono inevitabilmente costretti ad agire secondo le tendenze acquisite sulla base delle influenze della natura materiale; per ciò nessuno può astenersi dall'agire, nemmeno per un istante.

--------------------------------------------------------------------------------
Bhagavad Gita: 3, 5

yas tv indriyani manasa
niyamyarabhate 'rjuna
karmendriyaih karma-yogam
asaktah sa visisyate
--------------------------------------------------------------------------------

Colui che cerca di controllare i sensi attivi con l'aiuto della mente, e s'impegna senza attaccamento è stabilito nel karma-yoga.

--------------------------------------------------------------------------------

Bhagavad Gita: 3, 7

Realizzare pienamente che cos'è il Karma, il "Giusto Lavoro", pone Arjuna e ciascuno di noi di fronte ad un problema che lascia dubbiosi. La Gita, per parola di Sri Krsna porta chiarimento affermando che il Karma deriva innanzitutto direttamente da Dio, Il Supremo, nella forma di Brahama:
karma brahmodbhavam viddhi
brahmaksara-samudbhavam
tasmat sarva-gatam brahma
nityam yajne pratisthitam
--------------------------------------------------------------------------------

Sappi che il karma è evoluto da Brahma e Brahma dal Supremo Indistruttibile. Perciò Brahma è Onnipervasivo e costantemente impegnato nell'adempimento del Sacro Lavoro

--------------------------------------------------------------------------------

Bhagavad Gita: 3, 15

Successivamente, in altri tre versi del quarto capitolo, il Karma viene ulteriormente definito con più precisi dettagli:
kim karma kim akarmeti
kavayo 'pi atra mohitah
tat te karma pravaksyami
yaj jnatva moksyase 'subhat


karmano hy api boddhavyam
boddhavyam ca vikarmanah
akarmanas ca boddhavyam
gahana karmano gatih


karmany akarma yah pasyed
akarmani ca karma yah
sa buddhiman manusyesu
sa yuktah kritsna-karma-krit
--------------------------------------------------------------------------------

Anche l'uomo intelligente resta perplesso nel determinare ciò che è l'azione e ciò che è l'inazione. Ora ti spiegherò che cos'é l'azione e con questa conoscenza ti libererai da ogni avversità.

La natura intricata dell'azione è molto difficile da capire; si deve quindi determinare in modo appropriato che cosa sono l'azione proibita e l'inazione.

L'uomo che vede l'inazione nell'azione e l'azione nell'inazione si distingue per la sua intelligenza e sebbene s'impegni in attività di ogni genere è situato sul piano trascendentale.

--------------------------------------------------------------------------------

Bhagavad Gita: 4, 16-18

Il lavoro, il movimento, l'azione, quindi il compimento del Karma, è essenzialmente una diretta conseguenza degli organi dei sensi e dei suoi oggetti ( Jnanendriya, Karmendriya, Tanmatra ) che sono soggetti ai Guna della Prakriti. Ciò che costituisce peccato, cioè l'azione proibita e che quindi causa legame, non è il lavoro in sé ma l'identificazione con la causa del lavoro stesso e dei frutti che ne derivano per farne oggetto di godimento sensorio. Da questo processo risultano gli attaccamenti ed i desideri e quindi la produzione di nuovo karma ad alimentare una ruota senza fine di aspettative di felicità, delusioni e dolore. Nelle parole della Gita abbiamo, a tal proposito:
sri-bhagavan uvaca
kama esa krodha esa
rajo-guna-samudbhavah
mahasano maha-papma
viddhy enam iha vairinam
--------------------------------------------------------------------------------

Il Signore Supremo disse:

È lussuria soltanto, o Arjuna, questo desiderio. Nato al contatto con l'influenza materiale della passione e poi trasformatasi in collera, è il nemico devastatore del mondo intero e la fonte del peccato.

--------------------------------------------------------------------------------

Bhagavad Gita: 3, 37

Risulta quindi chiaro che la fonte di tutti gli attaccamenti, cioè i desideri, giace nei sensi, nella mente e nell'intelligenza, cioè come abbiamo visto in precedenza secondo lo Yoga negli lndriya (i sensi), in Manas (la mente) e in Buddhi (l'intelletto). L'attaccamento che viene a generarsi attraverso questi attributi vela la conoscenza (Jnāna) e illude gli esseri umani. La Gita ci fornisce anche un ulteriore chiarimento riguardo alle posizioni reciproche di questi tre fattori di base:
indriyani parany ahur
indriyebhyah param manah
manasas tu para buddir
yo buddheh paratas tu sah
--------------------------------------------------------------------------------

I sensi attivi sono superiori alla materia inerte, ma superiore ai sensi è la mente, e superiore alla mente è l'intelligenza. Ma ancora più elevata dell'intelligenza è l'anima.

--------------------------------------------------------------------------------

Bhagavad Gita: 3, 42

Il desiderio

Il punto sostanziale a cui volevo arrivare è che, sulla base di quanto affermato da questi versi di uno dei Libri Sacri dello Yoga, la Bhagavad Gita, la collocazione del desiderio nella sfera dell'essere umano non è sul piano fisico e quindi degli elementi che lo contraddistinguono ma parte da immediatamente oltre, dal piano astrale, per arrivare fino al campo della mente, nel piano causale. Al fine di chiarire ulteriormente questo concetto può essere utile riprendere il diagramma grafico rappresentante lo schema della creazione presentato da Sri Yukteswar nella "Scienza Sacra" ed esaminare in particolare la zona in cui i desideri agiscono.

La zona in cui operano i desideri, tra il corpo astrale e quello causale, secondo lo schema della Creazione tracciato da Swami Sri Yukteswar

Con quest'ultimo ausilio grafico mi sento di dire che l'elemento "desiderio" sia esaurientemente definito e collocato, anche a livello energetico; non opera di per sé nella materia bensì nel corpo sottile ed è una sorta di motore che pone l'essere in movimento. Supponendo infatti, per assurdo, che una persona non avesse il bisogno primario della sopravvivenza a cui far fronte ed avesse l'altro istinto primario, quello della riproduzione, completamente placato e sotto controllo, qualora non ci fosse nemmeno nessuna "molla" di qualche desiderio del cuore da soddisfare, questi non avrebbe assolutamente alcuno stimolo o ragione per agire. Ovviamente l'esempio appena riportato non ha nessun senso perché la Legge vigente nella Creazione, come già citato sopra nel cap.3 v.5 della Bhagavad Gita e come banalmente può riscontare chiunque nella vita di tutti i giorni, dice che

"Tutti gli uomini sono inevitabilmente costretti ad agire secondo le tendenze acquisite sulla base delle influenze della natura materiale; per ciò nessuno può astenersi dall'agire, nemmeno per un istante."

Se ne deduce che il karma opera a tutti i livelli della creazione e non solo su alcuni piani. Alla mia percezione interiore, sulla base dell'analisi di questi dati, ne esce una figura umana costretta comunque all'azione dalla legge del karma, soggetta ad un bisogno primario incalzante, quello della sopravvivenza, ed ad un'altro, quello della riproduzione, estremamente forte e difficilmente controllabile. Se a questo aggiungiamo qualche desiderio del cuore ... non riesco a far altro che a pensare ad una marionetta.

Sotto l'influenza dei tre guna, l'anima sviata dal falso ego crede di essere l'autrice dei propri atti, mentre in realtà essi sono compiuti dalla natura

Bhagavad Gita 3,27

Mi si potrebbe facilmente far notare che il vivere secondo la logica del mangiare, bere e riprodursi non sia una condizione da buttare via così alla leggera ma è altrettanto risaputo che in un contesto appena più ampio rappresenti, per un qualsiasi ricercatore spirituale, non solo una condizione insoddisfacente in sé ma proprio quella a cui andare oltre. Con questo non sto assolutamente insinuando cosa sia meglio e cosa sia peggio, faccio solo una distinzione di scelte che si operano in funzione di determinate spinte interiori, siano esse bisogni o desideri. Definito quindi il desiderio e stabilito che esso opera all'interno del campo del karma rimane un'ultima considerazione da fare rispetto al karma medesimo in base ai versi della Gita cap.4 v.16-18 già citati sopra, con particolare riferimento ai termini:
Karma
Akarma
Vikarma
Giusta Azione
Inazione
Azione Proibita
Al ricercatore spirituale quindi, nel nostro caso il kriyaban, viene chiaramente indicata la strada da seguire nella vita: la giusta azione è la pratica del Sacro Lavoro, cioè le istruzioni circa le pratiche spirituali da eseguire impartite dal Guru unitamente all'osservazione delle regole del Niyama, le azioni che l'aspirante deve compiere. L'inazione è l'arte di sapere quando fermarsi compiendo l'azione mentre l'azione proibita è la non osservazione delle regole dello Yama, cioè le azioni da cui l'aspirante deve astenersi dal compiere.
apane juhvati pranam
prane 'panam tathapare
pranapana-gati ruddhva
pranayama-parayanah
--------------------------------------------------------------------------------

Alcuni, inoltre, cercano l'estasi col controllo del respiro e si esercitano a fondere il soffio espirato nel soffio inspirato, e il soffio inspirato in quello espirato, giungendo così a sospendere ogni respirazione e a conoscere l'estasi.

--------------------------------------------------------------------------------

Bhagavad Gita: 3, 29

Quello riportato sopra è il passo della Gita che guida e consiglia coloro che intraprendono la strada del Pranayama, come ad esempio i kriyaban; l'esecuzione delle tecniche, o pratiche spirituali, è quindi parte della giusta azione da compiere per chi si trovi lungo il cammino del Kriya Yoga unitamente all'osservazione delle regole del Niyama, il che comporta il vivere in maniera retta. Un chiaro e semplice esempio di inazione è quello di non esagerare mai con le pratiche sperando di trovare una qualche scorciatoia perché questo potrebbe portarci danno. La coscienza di ognuno guidata da Buddhi, l'Intelligenza, aiuterà certamente nel seguire la giusta via.

La tentazione

Definito quindi il desiderio e fatte alcune debite precisazioni riguardo al karma, rimane da prendere in esame l'ultimo argomento di questo capitolo e cioè la tentazione. Personalmente mi sono arrovellato a lungo per cercare di darle una collocazione ed ho spesso fatto confusione confondendola col desiderio ma sono riuscito a trovare qualche chiarimento solo leggendo un discorso che Paramahansa Yogananda tenne al Centro Internazionale della Self- Realization Fellowship a Los Angeles il 15 Novembre 1934 da cui cito:

Gesù pregò: "Non indurci in tentazione, ma liberaci dal male".' La tentazione non è una creazione nostra; essa appartiene al mondo di maya e tutti gli uomini le sono soggetti. Ma per darci la possibilità di liberarci, Dio ci ha dato la ragione, la coscienza e la volontà. Dare la nostra approvazione ad attività peccaminose significa cacciarci nei guai...

...fintanto che non vi sentite pronti a negarvi qualche particolare piacere che possa nuocere al vostro benessere, siete nella regione di Satana; i risultati malefici del soccombere ai dannosi allettamenti dei sensi, un giorno o l'altro, vi raggiungeranno. Ma se siete convinti che la tentazione è pericolosa per voi perché promette felicità e alla fine procura dolore, voi potete mettere il Diavolo nel sacco.

Ci dice chiaramente che la tentazione non è relativa alla nostra sfera personale ma è presente in tutta la creazione soggetta a Maya, l'Illusione Cosmica. A questo punto si può tentare di chiudere il cerchio collocando la tentazione come agente all'interno del più vasto campo del karma, ed il desiderio come agente all'interno del campo della tentazione. Più precisamente il karma agisce su tutta la creazione, la tentazione solo all'interno di Maya mentre i desideri in quella particolare regione di Maya che sono il piano astrale e quello causale. 

Abbiamo anche visto che i desideri giacciono nei sensi, nella mente e nell'intelligenza, tutti fattori presieduti dai rispettivi chakra, quindi i desideri sono anche configurabili come agenti inquinanti la purezza originaria dei chakra medesimi e perciò corresponsabili dell'esistenza dei vari nodi che il kriyaban si propone di sciogliere per raggiungere la sua meta. Supponendo infatti un individuo simile al Cristo o al Buddha, dalla purezza intatta (quindi con tutti i chakra in condizione di purezza), essendo privo di desideri spiritualmente deprecabili per quanto la tentazione possa "tentarlo" con vari allettamenti i suoi chakra puri non vi si "attaccheranno" mai rendendo così vana la sua azione. 

Per quanto riguarda noi esseri comuni noteremo come la tentazione riesca a fare breccia sempre e solo nei nostri punti deboli e mai dove siamo più forti o dove, a causa di dure esperienze, ci siamo ormai rafforzati. Quei punti deboli stanno chiaramente ad indicare la presenza di un qualche disequilibrio nei vari chakra che, con le tecniche appropriate e con il giusto agire, possiamo superare. Il giusto agire comporta l'osservazione delle regole dello Yama, le proscrizioni dello yogi. Analizzando le fonti principali da cui derivano, in definitiva, tutti i desideri negativi degli esseri umani ed osservando il comportamento dei nostri simili (nonché il nostro), si può tracciare una triade composta nell'ordine da:
Potere 
Libidine o Lussuria 
Possesso esagerato di oggetti materiali 
Mentre sappiamo che lo Yama prescrive:la non violenza - (ahimsa) 
la verità - (satya) 
l'astensione dal furto - (asteya) 
la continenza - (brahmacharya) 
l'astensione dalla bramosia - (aparigraha)
Vediamo quindi come i principali desideri negativi entrano in contrasto con quanto prescrive lo Yama: coloro a cui piace esercitare potere sugli altri useranno la violenza, in modo diretto oppure subdolo, per perseguire i propri scopi e non potranno fare a meno di mentire. La vasta diffusione di mezzi di informazione ci fornisce l'esempio lampante di tanti politici che si alternano alla guida dei vari paesi; di costoro risulta spesso evidente l'atteggiamento ipocrita che devono mettere in campo quando si trovano a dover difendere scelte ignobili cercando di farle apparire al popolo come necessarie. O ancora quello di alcuni capi religiosi che predicano dottrine giuste e rigorose per il popolo dandone spesso esempio di scarsa applicazione personale. L'astensione dal furto implica il possedere strettamente ciò di cui si ha strettamente bisogno ma, anche allargando le concessioni, nelle società opulente di varie parti del mondo si nota spesso come tante persone si aggrappino ad eccessivi possedimenti materiali con modi e maniere spesso truffaldine, in barba ai vari comandamenti religiosi che dicono invece di osservare. 

La continenza e l'astensione dalla bramosia, per quante illusioni e dolori possa portare il perseguimento della lussuria, sono due avvertimenti che rimangono per lo più disattesi. Noto e troppo facile l'esempio dei molteplici cambi di partner di cui, specialmente nel mondo dello spettacolo, sono protagonisti molti personaggi famosi; ma questo tipo di condotta è generalizzato e non è limitato solo a quel mondo. Gli esempi riportati sono banali e risaputi e si verificano dalla notte dei tempi, basti leggere gli ammonimenti del Cristo riportati in vari passi dei Vangeli, ma per chi persegue la via dello yoga lo scopo non è quello della critica altrui piuttosto quello di una personale introspezione per verificare, anche nelle forme più sottili, quanto anche noi siamo soggetti a queste forme di tentazione e quanto vi aderiamo, dando modo ai nostri desideri deprecabili, che inquinano la purezza dei chakra, di uscire e cacciarci nei guai.

Libertà dai legami

Introducendo ed applicando correttamente i principi esposti da Patanjiali nella propria vita quotidiana lo yogi sperimenta, con la progressiva chiarificazione della funzione di Buddhi, tre conseguenti gradi di libertà che sono segni tangibili della liberazione dai legami del karma:
  • Libertà dalle azioni
  • Libertà dai pensieri
  • Libertà dall' ignoranza
Con il processo di osservazione si è maggiormente in grado di influire sulle cause da cui si determinano i conseguenti effetti e questo diventa possibile con il primo indebolimento dei legami tra Chitta ed Ahamkara, cioè tra le impressioni conservate nella memoria ed i relativi attaccamenti e repulsioni ad esse. Man mano che il processo di testimonianza prosegue arrivando all'origine per cui le azioni si intraprendono, assieme alla conoscenza dei processi mentali ed alle pratiche proprie dello Yoga, ha luogo anche una progressiva liberazione dai pensieri erranti che si pongono all'attenzione di Manas inducendo all'azione. 

L'intervento di Buddhi sotto forma di giusta discriminazione permette allo yogi di operare le giuste scelte e di lasciare semplicemente sciamare via tutte le impressioni inutili o dannose. Quando Buddhi raggiunge poi uno stato di chiarificazione ancor più alto si può sperimentare uno stato in cui sembra che a tutte le domande ci sia una risposta; i continui dubbi di Manas vengono soddisfatti e questi è in grado di porre in atto le giuste azioni.

Questo indica una progressiva liberazione dai legami dell'ignoranza, considerato il peggiore di tutti i mali.

Diviene dunque chiaro che la mente controlla direttamente il respiro, i sensi ed i corpo ed essendo alla guida dei sensi determina il loro movimento nel mondo esterno. Allo stesso tempo la mente desidera percepire il mondo e può farlo solo attraverso i sensi stessi, come già mostrato più volte, necessitando quindi di concettualizzare e catalogare le impressioni che ne riceve. Tutte le pratiche spirituali (sadhana), le tecniche e le discipline sono quindi dirette ad esercitare ed educare la mente, coordinandone ed armonizzandone i quattro aspetti sopra descritti. 

La mente è lo strumento più fine che lo yogi possiede e può essere di grande aiuto nel cammino spirituale, qualora sia tenuta ben in ordine e disciplinata; viceversa, se diventa distratta ed instabile, dissipa tutto il suo potenziale e può condurre alla rovina. La parte più importante dell'esercizio a cui lo yogi sottopone la propria mente è quella di renderla cosciente che la "Realtà" è oltre sé stessa e che questa "Realtà" e l'aspetto eterno dell'Anima. e quattro funzioni della mente, armonizzate o meno, operano a loro volta a vari livelli di coscienza
  • Stato di veglia
  • Stato di sogno
  • Stato di sonno profondo
  • Stato di Coscienza Assoluta
I primi tre stati sono quotidianamente sperimentati da tutti, mentre il quarto è sperimentato solo da pochi. E' la meta che si pone il kriyaban che intraprende il cammino del Kriya Yoga ed è la medesima che si pone qualsiasi ricercatore spirituale nel cammino che sceglie. Le quattro funzioni della mente operano pienamente nei primi due livelli di coscienza, mentre nel terzo esse sono attive solo parzialmente perché interviene una recessione (necessaria per le funzioni vitali dell'uomo) nella parte latente della mente, quella parte di Chitta da cui originano tutte le attività dello stato di veglia e di quello di sogno. Per lo Yogi è quindi necessario imparare ad osservare, capire ed esercitare le quattro funzioni della mente ai vari livelli di coscienza, poi eventualmente si potrà sperimentare quella Verità che giace oltre la mente e gli stati di coscienza di veglia, sogno e sonno profondo.

http://kriyayoga.altervista.org/kriya_7.html

30 ottobre 2012

Il silenzio - K. Gibran






Esiste qualcosa di più grande e più puro 
rispetto a ciò che la bocca pronuncia.

Il silenzio illumina l'anima, 
sussurra ai cuori e li unisce.

Il silenzio ci porta lontano da noi stessi, 
ci fa veleggiare nel firmamento dello spirito, 
ci avvicina al cielo;

ci fa sentire che il corpo 
è nulla più che una prigione 
e questo mondo è un luogo d'esilio.



K. Gibran