“ Be the Change that you want to see in the world. ” ...is by Mahatma Gandhi...

28 novembre 2011

Zarathustra e Ahura Mazda



Almeno mille anni prima di Cristo si componeva una coppia destinata a cambiare la storia della Tradizione eterna, una coppia che ricorda molto quella di Mosè e YHWH, Gesù e il Padre, Maometto e Allah, Siddartha e il Buddha. Questa è la storia di uno dei più grandi messia di tutti i tempi, uno di quelli che portarono il fuoco agli uomini strappandolo agli dei ingannatori.

Sono personalmente convinto che la spiritualità e la gnosi occidentale debbano molto alla religione iranica più pura, quella di Zarathustra o Zoroastro. La scena dei magi iranici che omaggiano il piccolo Gesù con doni particolari, legati simbolicamente alla funzione regale-sacerdotale-terapeutica del futuro messia, potrebbe costituire un velato accenno alle indubbie connessioni tra la religione cristiana, destinata a dominare nell’èra dei pesci, e la religione zoroastriana.




Non temo critiche se dico che gli Esseni di Qumran siano stati i mediatori di questo passaggio che renderà la religione cristiana una perfetta sintesi dell’ebraismo cabalistico-esoterico, il cui deposito era custodito dai sacerdoti bianchi del Mar Morto, con la religione della Luce di Ahura Mazda e del suo profeta, che proprio gli esseni professarono in gran segreto nelle sue linee guida. In effetti, tra gli Hassidim (gli esseni), la venerazione di Ahura Mazda era velata in quella di Melkizedek, e lo Zoroastro o Re-Sacerdote della comunità era il misterioso Maestro di Giustizia, colui che aderiva più strettamente e intimamente al Principe della Luce, quindi degno di guidare la Comunità. 

Il dualismo iranico, che comunque si risolveva in un monismo divino, è alla base anche del culto degli esseni che contrapponevano Ahura Mazda-Melkizedek a Ahriman-Belial e a quelli del suo partito astrale. Sia gli esseni che i zoroastriani credevano in una fine del tempo in cui le scintille di luce, le anime estranee a questo mondo di tenebre, si sarebbero liberate dalla prigionia della materia (goetik in lingua pahlavi) e dall’inganno di Arhiman-Belial e della sua corte divina. Lo strumento indispensabile per sfuggire al controllo di Arhiman e dalla sua orribile realtà di schiavitù era il fuoco divino ed il sacrificio legato ad esso.

La religione del fuoco-luce





Questo fuoco non è solo il simbolo della gnosi salvifica ma, ad un livello più profondo, è la figura di un potere enorme latente nell’uomo alla base della spina dorsale, il fuoco dello spirito eterno celato nell’uomo. E’ un fuoco potenzialmente distruttivo se non si è pronti ma, se preparati adeguatamente, è il dolce fuoco della salvezza che non brucia e distrugge ma che anzi si trasmuta in luce eterna, delicatamente divorando tutte le tendenze carnali e trasformando un uomo in un dio o meglio, reintegrando il dio nell’uomo. Mosè vede l’angelo (un volto) di YHWH nel roveto ardente e constata che quel fuoco arde ma non brucia (Esodo 3:2). 

Il fatto che arda ma non bruci vuol dire che è alimentato con l’amore del profeta, il quale arde per il suo dio, che dimora in lui. Non a caso Mosè istituisce quello che Gesù chiama il primo di tutti i comandamenti: amare il Signore con tutte le forze, l’anima e il cuore. Una devozione totale al proprio Signore che è il perno di ogni esoterismo e di ogni cultura spirituale: il perno della tradizione primordiale. 

Basti pensare alla religione krishnaita e alle parole dello stesso Krishna nella Baghavad Gita:
 “dopo molte vite, l’uomo saggio viene a me e mi manifesta la sua totale devozione. E’ davvero raro incontrare uno spirito così sublime (VII:19)…Vi sono uomini che operano nel bene, liberatisi dai propri peccati. Essi sono liberi dall’illusione e mi venerano con tutta l’anima (VII:28)…Il più grande degli Yogi è colui che manifesta la sua fede con tutto il cuore e che mi ama con tutto sé stesso (VI:47)”. 
E’ il medesimo principio presente in Deuteronomio 6:5, che fu fatto proprio da Jacob Bohme, dal suo allievo indiretto Louis Claude de Saint Martin e dai sufi, in particolare dal grande Jalal od-din Rumi che poneva l’accento sul rapporto iniziatico tra l’amato (lo spirito interiore) e l’innamorato (l’iniziato). Il fondamento dell’Ordine di Melkizedek-Mazda è proprio il sacrificio di sé stessi nel fuoco d’amore e di conoscenza, come è detto ancora nella Gita:“pochi offrono se stessi come sacrificio e offrono la loro anima nel fuoco di Brahman (IV:25)…essi mi amano con devozione totale perché sanno che io sono l’origine di tutte le cose (IX:13)”. Totale devozione, amore esclusivo, qualità indispensabili per contrarre matrimonio con lo spirito divino. “Se vuoi tutto dallo Spirito, dagli tutto. 

Più sacrifichi la tua vita mondana a lui e più lui ti darà” questo mi ha insegnato il Maestro. Ciò spiegherebbe la misteriosa gelosia di YHWH-Mazda nei confronti di coloro che gli appartengono. Essi non gli appartengono per scelta ma per natura, poiché ogni anima del collettivo di Melkizedek è una particola del grande Principe della Luce, smembrato alle origini. Si rammenti che anche Gesù porta il fuoco del sacrificio d’amore, e lui stesso dice: “ho portato il fuoco nel mondo ed ecco, veglio affinché esso arda” (Tommaso 10). In Luca 12:49, Gesù afferma testualmente che egli desidera che questo fuoco zoroastriano sià già acceso in lui, poiché deve ricevere un battesimo. Avendo già ricevuto il battesimo nel Giordano, egli allude ad un battesimo-rinascita ancor più potente, che neanche Zoroastro conosceva: quello della croce. E questo prova che Gesù era davvero il Saoshiant (il Salvatore) atteso dalla religione avestica di Zarathustra, il Melkizedek che gli esseni attentendevano affinché la Torah del corpo di luce (xavarnah nello zoroastrismo) fosse compiuta.

La solitudine del profeta

Ho già ipotizzato tempo addietro che Giovanni Battista e Gesù fossero la stessa persona. Il Saoshiant è quindi Giovanni, tant’è che il prologo giovanneo dichiara che “venne un uomo inviato da Dio e il suo nome era Giovanni”. Ebbene, questo Giovanni è descritto indossare un “vestito di peli di cammello” (Matteo 3:4). Senza voler forzare troppo, questo potrebbe risultare un formidabile addentellato con Zoroastro, dato che alcuni buoni interpreti della lingua iranica-pahlavi sostengono che Zara-Ushtra significhi “giallo o vecchio-cammello”. 

Come Giovanni era il predicatore del deserto, dato che era un solitario, parimenti Zarathustra conduceva vita anacoretica, essendo un uomo da “deserto”. Il cammello, detto la nave del deserto, era nel passato un simbolo dell’iniziato che cercava nella solitudine il contatto con il suo Dio, alimentadosi delle sue acque. Ma qual è il destino di Zarathustra e quale il suo rapporto con Ahura Mazda? Nato presumibilmente intorno all’anno 1000 a.C., terzo di cinque fratelli, incarnazione di antiche profezie che attendevano la nascita di un grande messia, di Zarathusatra Spitama nulla si sa prima che iniziasse la sua missione avatarico-sacerdotale. Sono i suoi anni oscuri, un particolare che lo accomuna a Gesù. 

Di queste anime speciali è spesso ignota la prima parte della vita per un motivo molto semplice: prima di allora il mondo non li conosce, pur essi pervenendo a conoscere il mondo e i suoi segreti, come ci informò il maestro gnostico Basilide. Persino Aleister Crowley affermò, in Magik, che, nella storia delle grandi religioni, uno che è “nessuno” se na va nel deserto della solitudine per conoscere sé stesso e il suo Signore, ovvero la sua immagine divina primordiale, poi torna ed è “qualcuno” (come accade anche nell’Odissea omerica). 

Crowley scrisse che “questo è un fatto che non ha spiegazioni logiche”. Eppure tanto Zarathustra, quanto Mosè, Mani, Gesù e Maometto, si ritirarono dal mondo per ridestare il proprio spirito, per poi tornare nel mondo e servire gli uomini. Questo standard iniziatico è stato celato anche nella storia di Superman (HERA 78, pag. 60) che non diventa tale se non dopo un lungo periodo trascorso nella fortezza della solitudine, alla ricerca del Padre (Jorel) del suo essere e della sua istruzione. Mosè dovette isolarsi sul simbolico Sinai per ricevere la voce di YHWH. Gesù andò in solitudine e ivi trovò lo Spirito Santo in forma di colomba, un simbolo dello spirito interiore che ricorda molto da vicino il sigillo di Ahura Mazda. E come Gesù dovette fronteggiare Satana nel deserto, anche Zarathustra ebbe la sua razione di tentazioni. 

Nel Fargard dell’Avesta, cap. XIX, Arhiman gli propone la sovranità sul mondo a condizione che Spitama si unisca a lui. E’ il medesimo genere di tentazione che Shaitan utilizza con il Galileo per stimolarlo ad accrescere l’ego anziché demolirlo. Zarathustra risponde: “il mortaio (dove preparare gli ingredienti per il sacrificio), la coppa (dove si versa la bevanda da offrire a Dio), la parola insegnatami da Mazda, queste sono delle mie armi le migliori. Con queste parole io vincerò, con queste parole io ti annienterò, o malefico Arhiman”. Hermes-Ormuz-Ahura Mazda insegna la verità a Zarathustra nel suo lungo periodo di deserto, e insegna a fronteggiare le insidie e gli inganni dell’Avversario dei celestiali. Zarathustra risponde sostanzialmente ad Arhiman che egli non ne vuol sapere di accontentare l’ego, eredità della sostanza astrale di Arhiman stesso, e che piuttosto accetta il patto con Hermes-Mazda che prevede il sacrificio di sé (coppa e mortaio). Insomma, una dichiarazione di guerra in pieno stile cristico. Ed è ovvio che Ahriman-Belial e i suoi Arconti non vedono assolutamente di buon occhio un’anima che intende svincolarsi dal controllo karmico per servire il Principe della Luce. Questa dichiarazione li incattivisce.


Difensore di Verità e Giustizia


Dopo aver trionfato su Arhiman, Zarathustra è ormai un perfetto amico e servo di Ahura, un grande giusto, un re-sacerdote. Si consacra ad Asha, la Verità e la Giustizia divina, considerata un’ “amesha spenta”. Erroneamente si considerano i sei amesha spenta emanati da Ahura Mazda come angeli. In realtà si tratta delle virtù archetipali divine. Come il Logos è Via, Verità e Vita, Ahura Mazda è Asha (Verità), Vohu Mana (Buon Pensiero), Armaiti(amore), Haurvatat (la Perfezione), Ameretat (Immortalità), Xsathra (il potere, la forza). Zarathustra sa che per essere fedeli a Mazda occorre praticare e far proprie tutte queste virtù, e rifiutare il potere e i doni dell’ ingannevole Avversario. 

Nella yasna 12,4, il messia iranico si scaglia contro gli Arconti signori dell’inganno:“rigetto l’autorità dei Daeva, i demoni cattivi senza legge, che conoscono solo il male, i più falsi degli esseri, i più disgustosi degli esseri, i più nocivi degli esseri, seguaci di Drug”. La contrapposizione tra Asha (Verità) e Drug(Inganno) è alla base della gnosi iranica, ma anche della gnosi egizia, di quella essena e di quella cristiana. Nel papiro Chester Betty II della XII dinastia, ora al British Museum, si narra della contesa di Horus e Seth come quella tra Verità e Menzogna. 


Nel rotolo di Qumran detto “Visione di Amram”, si narra di una visione in cui Melkizedek, Re di luce e verità, appare contendere l’anima a Melkiresha-Beliar, e sempre ivi si contrappongono i figli della Verità ai Figli dell’Inganno (manoscritto D, colonna I, 8). Secondo molti esegeti della dottrina di Zarathustra, la dialettica di questi due spiriti - Spenta Maniu e Arhiman- è presente in Ahura Mazda, che li ha emanati, ma Ahura Mazda non è l’Altissimo, quanto piuttosto lo Spirito Santo (Melkizedek), il rappresentante dell’Altissimo (Zurvan) in questa realtà. 

Secondo gli esseni “El Elyon ha creato l’uomo per il dominio sul mondo; e ha disposto per lui due spiriti affinché cammini con essi fino al tempo della fine. Questi sono gli spiriti della verità e dell’iniquità” (Regola della Comunità III,17-19). Si confronti questo insegnamento con quello della Gatha XXX dell’Avesta:“quando questi due spiriti vennero insieme all’inizio, essi crearono Vita e non-Vita, e ai seguaci della Drug (inganno, coloro che si rivolgono solo alla materia esteriore, N.d.A.) sarà data in sorte la peggiore delle esistenze, e a quelli di Asha la migliore”. I nomi diversi sono sempre fuorvianti per i profani, ma i figli della Tradizione sanno cogliere i princìpi celati in essi e riconducono tutti gli insegnamenti ad uno solo. E’ quello che cercò di fare Zarathustra, tutto teso a combattere la casta dei magi corrotti che avevano volto il mazdeismo in un dogma vuoto e sterile, e a recuperare la tradizione primordiale consegnata al primo uomo, Gayomart-Adam. Solo un illuminato, solo un membro della gerarchia regale-sacerdotale dell’Ordine di Melkizedek poteva proclamare: “Celebriamo le precedenti religioni del mondo devote alla giustizia che furono istituite fin dalla creazione, e le sante religioni del creatore Ahura Mazda” (Avesta,Yasna 17:3).

L’occhio solare di Ahura Mazda

Il fulcro del culto zoroastriano è la venerazione e la sottomissione a Ahura Mazda. Questo nome è tradotto come“colui che crea col pensiero”, il che induce a pensare che egli corrisponda all’Elohim di Genesi. E non a caso gli esseni, nel rotolo 11QMelch, sostengono che l’Elohim dei Salmi, ed in particolare l’Elohim del salmo 82, coincida con Melkizedek, il Logos. Mai una volta Zarathustra chiede ad Ahura Mazda benefici o aiuti materiali. Lo loda e lo glorifica continuamente, chiedendo solo che Ahura Mazda gli accordi Asha (Verità) e Vohu Mana (Buon Pensiero) per servirlo al meglio, proprio come Salomone invocava Dio affinchè gli accordasse la Sapienza divina: “Per questo pregai e mi fu elargita la prudenza; implorai e venne in me lo spirito della Sapienza. 

La preferìi a scettri e a troni, stimai un nulla la ricchezza (mammona) al suo confronto…Quanti se la procurano si attirano l’amicizia di Dio” (Sapienza 7:1). Se un altro significato di Ahura Mazda è “Signore Sapienza”, ne consegue che Zarathustra chiede che Mazda entri in lui ed essi divengano uno. Il sigillo di Ahura, come detto, ricorda strettamente la colomba dello Spirito Santo, e il disco solare alato, tutti simbolo del terzo occhio della visione trascendentale. Nella cultura del Graal, la colomba era intercambiabile col cigno, il simbolo dell’essere totalmente illuminato da Dio, dell’eletto. In forza dell’associazione Hermes-Ormuz (la versione pahlavi dell’avestico Ahura Mazda), è facile intuire che la parte terminale del caduceo ermetico, il terzo occhio o disco solare alato, è il sigillo di Mazda. In Egitto il disco alato era intercambiabile con l’occhio di Horus. 


Per questa via, il cui nome originario era Her, era Ahura, il Melkizedek delle iniziazioni egizie. E’ notevole che in un’iscrizione del Faraone Khufu (Cheope) del 2600 a.C., posta su una stele commemorativa che egli fece costruire a Giza in un tempio dedicato a Iside, il Faraone inneggi a Horus dicendo: “Lunga vita a Her-Mezdau. Al re dell’alto e basso Egitto, Khufu, lunga vita!”. Il culto iranico della luce eterna è ben più antico di quanto si pensi, ed è per questo che affermo un fondamento iranico nella religione cristiana che deve qualcosa alla pura e antica religione egizia della luce, a sua volta debitrice nei confronti della religione iranica. Il culto esoterico ebraico degli esseni, peraltro madre dello gnosticismo cristiano, era una sintesi perfetta della gnosi iranica e di quella egizia. Credo che la mia intuizione che segue dimostri come il sincretismo universale sia dovuto all’esistenza di una mente unica e collettiva che sovrintende a tutte le rivelazioni spirituali. Il sostrato iranico nella religione egizia è confermato dalla presenza di Zoroaster nella trinità divina egizia. 

Nel suo Flauto Magico, come scrissi in un precedente articolo, Mozart chiamò Sarastro il capo di tutti gli iniziati d’Egitto. Alludeva a Melkizedek, chiamato dalla gnosi della Pistis Sophia “Zorokhotòra”, e quindi a Zoroastro che appare essere più un nome segreto del Re-Sacerdote eterno che non un nome di persona. La mia intuizione è la seguente: si prendano gli antichi e originali nomi egizi di Osiride, Iside e Horus, ovvero: Wsr-Ast-Her. Combinando la trinità egizia ne risulta Usar-ast-her, dunque Zoroastro, ovvero un potente segno lasciatoci dal Re del Mondo. Quindi posso solo pensare che Zarathustra sia il nome dell’eletto attraverso cui si manifesta Melkizedek-Mazda, ed il nome di colui in cui il divino Tre si realizza in tutta la sua compiutezza. Il nome del sacerdote eterno.

Un addentellato con la fisica dei quanti

Se Ahura Mazda-Horus Mezdau è l’occhio creatore dell’immaginazione divina in noi, la traduzione del suo nome in“colui che crea col pensiero” è corretta. Egli è il Vigilante per eccellenza, colui che osserva nella mente, decreta col verbo-suono e crea all’istante. Sappiamo dalla fisica quantistica che è l’osservazione che crea e mantiene in piedi la realtà, che appare più come un ologramma che non come una solida realtà. Sappiamo che in caso di test quantici, è impossibile addivenire a misurazioni certe, poiché l’osservatore influenza con la sua osservazione l’esperimento stesso. Sappiamo anche che il quanto di energia, osservato, appare a noi come particella, ma rimane la sua realtà eterico-vibrazionale a fondamento della materia. I fisici quantistici ci hanno già messo in guardia: il mattone fondamentale della materia è l’onda di frequenza e non la materia stessa. Quindi questa è una realtà d’effetto, una proiezione, secondo me, dei contenuti archetipali della mente umana. Noi vediamo la realtà esterna come solida ma se il fondamento della materia è il nulla, la specie umana non fa altro che prendere per reale ciò che in realtà è un film proiettato dall’occhio mazdiano su uno schermo. 

Per questo Zarathustra combatte Drug (la realtà illusoria del Dragone), il potente inganno della materia, e Ahriman che spinge con successo dall’inizio del tempo gli umani a conservare quest’inganno per i suoi fini predatori. Noi collaboriamo fattivamente con Arhiman-Beliar a tenere in piedi la contro-creazione che si è sovrapposta all’iniziale creazione edenica di Ahura-Elohim. E’ vitale per Ahriman tenerci divisi perché se noi tutti, quanti siamo su questo pianeta, decidessimo all’unisono di non osservare più questa realtà e di annientarla, l’impero delle tenebre chiuderebbe i battenti e noi creeremmo o restaureremmo una realtà più elevata. E’ questo il senso più profondo della discesa della Gerusalemme-Spirito Santo-terzo occhio. Si noti che il termine egizio IR, creare,IR, osservare (da cui il termine IRIN-vigilanti). Anche per questa via, osservare equivale a creare. Zarathustra aveva deciso quanto meno di cambiare la sua propria realtà, aveva deciso di mettersi in testa un’idea meravigliosa (Buon Pensiero): dare retta ai propri sogni e avere fede nella possibilità di creare la sua realtà. Per questo chiedeva a Mazda il potere di osservare-creare (sapienza divina). 

Gesù, il Re dei Vigilanti, si mosse sugli stessi passi del suo illustre predecessore e disse, tanto per confermare l’assunto della fisica dei quanti: “se avrete fede pari ad un granellino di senape, potrete dire alla montagna spostati! Ed essa si sposterà”. Nessun essere umano oggi ha questa fede, e pochi sono disposti a dare retta ai propri sogni. Noi creiamo col nostro occhio interiore in ogni istante, ma la mancanza di consapevolezza-fede e il problema della distanza di tempo tra ciò che si sogna o si desidera e l’effetto del desiderio, spesso talmente ampia da non consentire di constatare un legame tra pensiero e evento, ci rendono dormienti. Il grande Eraclito, a tal proposito, anticipò i postulati quantistici, scrivendo qualcosa di incredibile e dimostrando di aver capito tutto: “coloro che dormono sono artefici e complici delle cose che sorgono nel cosmo” (frammento 22B 75 dk). 

Quando il primo Giusto giungerà a questa consapevolezza cessando di dormire, il mondo cambierà per sempre. Molti di noi sono stanchi di questa realtà che offende le nostre possibilità creative. Zarathustra ci insegnò a combattere la Drug attraverso il fuoco dell’amore. Ci rende ottimisti con la sua profezia sul ritorno delle scintille cadute al regno di luce. Ora tocca ai figli della luce e della verità realizzare l’impresa.

25 novembre 2011

L’occidente incontra l’oriente


Ronald Laing scriveva negli anni Sessanta: “La nostra civiltà non reprime soltanto gli istinti e la sessualità, ma anche ogni forma di trascendenza. Il nostro stato normale e ben adattato non è molto spesso che una rinuncia all'estasi, un tradimento delle nostre più vere potenzialità.
Molti di noi riescono fin troppo bene a costruirsi un falso io per adattarsi a una falsa realtà. Negli ultimi anni però ciò che era stato rimosso da questa cruda eclissi del sacro ha cominciato a riemergere sotto forma di una nuova sensibilità religiosa, connotata da esiti spesso ambivalenti. 
Da un lato la moda dell'occulto, le sette suicide, il fascino dell'esotico e dell'esoterico, la sottomissione a sedicenti guru, le superstizioni millenaristiche.  
Dall'altro la ricerca di un'autentica esperienza spirituale, vissuta in prima persona, senza intermediari attraverso un lavoro interiore che coniughi insieme contemplazione e azione. In tale prospettiva l'incontro con la spiritualità orientale rappresenta per alcuni occidentali una preziosa occasione per riscoprire attraverso un terreno religioso vergine, dominato da pregiudizi e da antiche ferite, la dimensione del sacro, celata nell'intimo di ciascuno.”
L’affermazione di Laing “riscoprire attraverso un terreno religioso vergine, dominato da pregiudizi e da antiche ferite, la dimensione del sacro” ci suggerisce forse che il nostro desiderio di altezze è stato disatteso, che il terreno dove abbiamo poggiato i nostri piedi non poteva accogliere i passi verso la direzione del Sé. L’Oriente ci offre così un terreno religioso vergine porgendoci una dimensione del sacro così necessaria nell’esistenza terrena di ciascun individuo.

Ma allora se le pulsioni ci accomunano, cos’è che ci differenzia?

A questa domanda così risponde il Prof. Bergonzi:
“….quando si cominciano ad approfondire questi argomenti, ci si rende conto che in realtà non esiste un Occidente compatto e un Oriente compatto, ma ci sono tanti Occidenti e tanti Orienti. E sia in Occidenteche in Oriente l'uomo si trova costantemente a confrontarsi con i grandi temi, il grande mistero di cosa significa vivere e di cosa significa morire.

C'è una tendenza, in Occidente, a rivolgersi a un cambiamento del mondo esterno, attraverso la tecnologia, invece in Oriente c'è una prevalenza di tecnologia rivolta alla mente, alla parte interna. Ma non bisogna nemmeno esagerare con queste differenze, perché in Occidente c'è una grandissima tradizione spirituale, che è quella della mistica cristiana, per esempio, c'è una tradizione psicologica, di psicologia, che ha assoldato la mente. E in Oriente anche c'è stata una ricerca di tecnologie esterne. Basti pensare alle scoperte nel passato che ha fatto la Cina. 
 
Allora l'Occidente forse è arrivato a un punto critico in cui ha cominciato a capire che il controllo tecnologico sul mondo esterno ha dei limiti e questi limiti richiamano a cercare dentro di sé. La fiducia nella scienza, non impedisce che ci siano dei disastri ecologici; la scienza ha cominciato a fare una riflessione critica e a vedere che la tecnologia va accoppiata con un’esplorazione dell'uso che ne facciamo. E così si ritorna a esplorare dentro.  
Allora, in questo momento in cui l'Occidente si sente forse di aver troppo trascurato il lato interno, dall'Illuminismo ad oggi si sono tolte una serie di superstizioni che andavano tolte, però nello stesso tempo forse si è buttato via il bambino con l'acqua sporca, cioè anche questa esplorazione dei mondi interni.  
Allora, in questo punto l'Occidente inizia a sentire l'esigenza di guardare dentro. E possiamo osservare nell'ambito della spiritualità occidentale una serie di fermenti, nella chiesa per esempio, e contemporaneamente alcuni, nella loro ricerca, si rivolgono invece all'Oriente, che è un terreno inquinato forse da una serie di ferite o di condizionamenti, che alcuni di noi sentono di aver ricevuto dall'educazione spirituale occidentale.”
Bergonzi ci tiene a sottolineare che non è mai proficuo assolutizzare, d’altra parte come vedremo non sarà difficile incontrare negli ultimi cento anni personaggi come Jung, e Assagioli, Maslow e Wilber (per citare solo i più noti), richiamati da una necessità di capire il mistero inafferrabile, inesprimibile, incomprensibile dell’uomo e del suo desiderio di bere dalla “sorgente” della vita.

Alcuni ipotizzano che un limite dell’occidentale si trova proprio nel voler capire e non comprendere,nel non riuscire ad abbandonarsi, eppure se pensiamo al cristianesimo, che ci chiede di credere che esista solo una verità assoluta, questo comporta un abbandono…allora viene in mente che mentre per alcuni questo è ciò di cui hanno bisogno, per altri rappresenta un ostacolo e si rivolgono ad altre forme di spiritualità orientali che accolgono qualsiasi forma di ricerca dello spirito e relativizzano le forme specifiche religiose a favore di un cammino cha vada aldilà di dogmi precostituiti.
Bergonzi al riguardo afferma “ Nelle forme di spiritualità orientali seguire una via spirituale significa percorrere un cammino e non avere un credo, una credenza espressa in una serie di dogmi e dire: "Io aderisco a questa religione perché credo a questi dogmi".
Nel caso, per esempio, del buddhismo invece si dice: "Seguite questa via perché vi può portare ad essere liberi dalla sofferenza, dal condizionamento". In questo senso voi potete anche lasciare andare tutto questo insegnamento, quando vi ha portati dove volevate andare. In questo si arriva molto lontano nella spiritualità orientale.”
Quando uno studente a questa affermazione ha chiesto a Bergonzi: “ Secondo Lei, questo avvicinarsi da parte dell'Occidente alle filosofie orientali è dovuto a un limite della religione cristiana, comunque del pensiero occidentale?”

Egli risponde riconducendo queste necessità a “un necessario sviluppo storico”:
“ …nell’evoluzione storica la chiesa cristiana e cattolica, nel caso dell'Italia quella cattolica, ma diciamo più in generale le chiese cristiane hanno sviluppato al loro interno delle vie spirituali - penso soprattutto alla contemplazione cristiana - che sono state per secoli una delle maggiori fonti di ricchezza spirituale dell'Occidente, e lo sono tuttora.  
Nel caso dello sviluppo storico della chiesa cristiana, mi sembra importante notare che si è creata una forte istituzionalizzazione della chiesa e una gerarchia, per cui la contemplazione a volte è stata vista con sospetto - le affermazioni dei mistici devono essere sempre vagliate secondo un certo dogma — e la via dei mistici è stata riservata per molto tempo a poche persone che sceglievano di ritirarsi dal mondo, di andare in un eremo o in un monastero e di praticare questa via, mentre ai laici, a coloro che seguivano questa religione, l'unico modo per accedere al sacro era attraverso intermediari della chiesa e attraverso il rito cioé la messa.  
Allora attraverso una conflittualità con il mondo laico, la chiesa ha attraversato un processo di secolarizzazione, cioè ha cercato sempre più di demitizzare i suoi miti, ha cercato di ridurre e razionalizzare i suoi riti; ai laici non è rimasto molto, non sono rimasti molti strumenti per avere un'esperienza religiosa fatta in prima persona, nella propria viva esperienza.  
Naturalmente questa crisi è stata affrontata dalla chiesa e attualmente assistiamo a un revival di movimenti, anche laici, all'interno della chiesa in cui si rimette al primo posto l'importanza della contemplazione, oltre quella dell'azione, mentre prima c'era stato uno sbilanciamento a favore di un'azione esterna, di un'azione fatta di aiuto, di assistenza del mondo, ma non accompagnata da questa profondità, dovuta alla contemplazione.  
Mi sembra di ricordare, ad esempio, Madre Teresa di Calcutta, nelle sue lettere diceva che lei faceva un certo numero di ore al giorno di preghiera, di contemplazione, e che senza quel ritiro nel profondo non avrebbe avuto l'energia di dedicare tutto il resto del suo tempo ad aiutare le persone, perché sono due cose che vanno insieme. 
Quindi diciamo che nella chiesa sta avvenendo questo all'interno, però alcuni, occidentali, nello stesso tempo, si sentono più attratti da altre forme di religiosità, come quelle orientali, che in qualche modo, di nuovo, cercano di mettere insieme la contemplazione con l'azione, attraverso degli strumenti molto concreti, dando la precedenza all'esperienza che uno fa e a un rapporto con una guida spirituale. E questo quindi viene trovato molto interessante da alcuni.  
Certamente ci sono anche degli incontri, delle sintesi. Avvengono degli incontri fra monaci orientali e monaci occidentali, scambi di esperienze, il famoso dialogo interreligioso, come uno strumento di crescita reciproca fra le due religioni. Ci sono anche, per esempio, dei casi di cattolici che insegnano i vangeli, usando però, per esempio, delle meditazioni di tipo orientale o mettendo insieme tutto questo. E’ un campo molto interessante da esplorare: uno dei vantaggi che ha l'occidentale, una delle doti è quella di cercare l'altro, contattare l'altro e nello stesso tempo adattare continuamente questi incontri verso l'altro.”
A questa lettura vorrei aggiungere una provocazione: si ha l’impressione che, diversamente da altre forme di spiritualità orientali, la religione occidentale stia cercando una sua propria identità forse non ancora trovata.

Aggiustare il tiro plasmandosi in base a degli sviluppi storici da una parte è sintomo di plasticità e adattamento, dall’altra, messe a confronto con la coerenza e l’attualità degli antichissimi cammini spirituali orientali, viene da chiedersi perché? Forse che con lo scambio interreligioso si possano avere delle risposte del motivo per cui sempre più occidentali sposano altri cammini?

D’altra parte gli orientali sembra che siano interessati ad uno scambio più sul piano scientifico/tecnologico che filosofico/religioso…..

Un altro importante motivo per cui siamo sempre più attratti da queste pratiche orientali è che esse indagano gli istinti, le emozioni, i desideri senza reprimerli, casomai ci offrono gli strumenti per una gestione delle sensazioni e dei nostri sentimenti senza esserne sopraffatti.

Bergonzi con estrema chiarezza espone le due possibili soluzioni per la gestione delle emozioni, più una (della visione orientale):
“ ….per esempio, prendiamo un moto di collera: posso fare in genere due cose: posso reprimere, rimuovere la collera, cioè far finta che non ci sia, rimetterla nell'inconscio - e questo - la psicoanalisi ci insegna - è come mettersi dentro una bomba e farla scoppiare sotto terra, quindi con tutti i disastri psicologici che derivano da un'emozione repressa -; l'altra via che spesso si pensa sia l'unica alternativa è quella di esprimere questa collera prendendomela con il bersaglio più vicino e quindi scaricare la collera. Invece quello di cui non ci rendiamo conto é che, quando scarichiamo la collera, è un altro modo di non vederla, perché quando l'abbiamo scaricata se n'è andata e così noi non ci troviamo nella situazione spiacevole di doverla guardare.”
La via meditativa è una terza via: non reprimere e non scaricare, ma lasciare cosciente la collera e sentirla in tutti i modi: sentire di che sa la collera fisicamente, in che punto la sento, sentire che pensieri evoca, sentirla, lasciarla essere. Ecco, allora, questo lasciar essere le cose permette di creare uno spazio di libertà, per poi esprimermi nella realtà in una maniera non compulsiva, cioè non meccanica, non come una marionetta, che basta premere certi bottoni e agisco in un certo modo, ma in una maniera libera, sentire pienamente chi sono, come sono, ed essere libero di esprimermi, in maniera da tener conto di tutta la situazione. Questo è anche collegato col non attaccamento di cui si parla molto spesso.”
Come possiamo osservare ciò che avviene in noi nel preciso istante della collera?

L’allenamento ad osservare, lo abbiamo già visto nel Raja yoga dal nostro modo di comportarci, dal corpo fisico, poi dal corpo energetico, e ancora dal corpo psichico in un percorso sempre più raffinato in cui possiamo imparare a non identificarci più con le sensazioni, i pensieri, le emozioni sviluppando così consapevolezza e la qualità del testimone che ci condurrà verso la meditazione.

Se non sviluppiamo la consapevolezza sia del punto in cui ci troviamo, sia di quel grande crogiolo che é la coscienza dove tutto si brucia e si trasforma, non potremo acquisire la capacità di trasformare anche le emozioni negative.

Certamente questa indagine sulle emozioni, i desideri e i pensieri, che in occidente è prerogativa della psicologia, la ritroviamo ben svolta dalle dottrine orientali che possiamo definire soteriologiche, salvifiche di tutta la sofferenza che ci troviamo ad affrontare.

Nessuna confessione è richiesta, nessun arcaico senso di colpa per i nostri istinti, ma osservazione neutrale dei nostri processi interiori e disidentificazione e annullamento del desiderio.

Ma una domanda, per una mente pragmatica, è d’obbligo: le vie che portano all'annullamento del desiderio, non mortificano l’importanza al nostro essere persone che vivono questa vita terrena?

Bergonzi: “…quando ottengo quello che desidero, non sono affatto soddisfatto, perché subito dopo desidero un'altra cosa e un'altra cosa ancora. C'è una storia di un saggio folle, il quale venne sorpreso una volta al mercato, a mangiare un mucchio di peperoncini piccanti, e se ne mangiava uno dopo l'altro diventando tutto rosso e lacrimante. Allora gli dicono: "Ma perché, se ti fa stare così male, continui a mangiare questi peperoncini?" .

E lui risponde:" Perché ne sto aspettando uno che non sia piccante". Inseguendo tanti desideri - nella visione buddhista -, andiamo sempre a sperare che quella cosa che otterremo ci farà stare in pace, tranquilli! Allora il buddhismo insiste nel fatto che questo gioco non finisce mai e non ci dà quello che cerchiamo. Se invece noi cominciamo a essere consapevoli della caratteristica insoddisfacente delle nostre esperienze, allora possiamo aprirci a qualcosa di più grande.

Quindi non si tratta di reprimere i desideri. Si tratta, mano a mano che scopriamo il desiderio di qualcosa di più grande, chiamiamolo desiderio di Dio, se vogliamo usare un linguaggio cristiano, allora i piccoli desideri, piano piano, cadono come foglie secche, perché non servono più al cammino e comincio a desiderare molto di più qualcosa che mi dia quella felicità profonda, quella pace profonda che io ho sempre cercato in tutte le cose.”

In conclusione possiamo affermare che non esistono poi così tante differenze sui grandi temi, sulle domande relative alla nostra esistenza e alla morte, che l’uomo di tutte le civiltà si è posto e ancora si pone, semmai le differenze si esplicano nella modalità di questa ricerca che può essere riconosciuta da alcuni e non da altri.

Il nostro bagaglio culturale, individuale e collettivo, senza dubbio ci condiziona nelle nostre scelte e l’invito delle discipline orientali è proprio quello di liberarci dai condizionamenti, richiamando in noi una partecipazione attiva per ciò che riguarda un completo sviluppo evolutivo.

L’azione e la meditazione o se vogliamo, meditazione in azione, possono renderci quel senso di libertà che andiamo ricercando da sempre.

Portare nel quotidiano i risultati della propria crescita è anche un obiettivo comune di entrambi i punti di vista, gli indiani spinti dalla legge del karma, noi dalla paura dell’inferno ci dirigiamo per traiettorie comuni: il ricongiungimento con Dio-Brahman e la pace dello Spirito.
Tutto il testo riportato in corsivo è tratto da un’intervista al Prof. Mauro Bergonzi tratta da una trasmissione in onda su:
RAI EDUCATIONAL del18/3/1998 in onda su RAI SAT
Il testo é stato riportato dal sito internet: www.emsf.rai.it

23 novembre 2011

Essere Creatori Coscienti


 

"Noi siamo liberi.....
Liberi di seguire e di manifestare tutte le nostre intenzioni.....
Tuttavia solo ciò che facciamo attesta ciò in cui crediamo veramente...."

Un corso in Miracoli - Foundation for Inner Peace

L’azione è un atto alchemico di trasformazione di un’energia intenzionale psichica in una forma espressiva solida e materica. La chiave per la manifestazione va trovata nel giusto equilibrio tra il potenziale di intenzione e il radicamento fisico di questa. Ogni azione è un atto di magia che implica uno spostamento della coscienza nella specifica realtà – tra le infinite realtà – contenente nella sua equazione le coordinate energetiche del cambiamento che l’intenzione rappresenta. 

Avere intenzione di cambiare da negativo a positivo, da situazioni di paura inconscia a situazioni di amore espresso e consapevole, richiede un atto magico di traslazione di coscienza in uno spazio ed in un tempo che esiste già ad un determinato livello di energia, come d’altronde ogni cosa, evento o situazione immaginabile. 

L’immaginazione rappresenta lo strumento attraverso il quale è possibile generare lo stato emotivo che ci spinge ad essere ciò che desideriamo essere; dal momento che ogni cosa che si immagina esiste e sta avendo luogo, il condotto immaginativo diventa uno strumento estremamente potente per spostarsi coscientemente nell’universo in cui sono contenuti i cambiamenti che si desidera vedere nella propria esperienza: se chiudiamo gli occhi e ci immaginiamo mentre siamo soddisfatti, sereni ed energici, stiamo in questo senso accedendo ad informazioni che su un altro universo sono realtà esperenziale. 

Sicuramente non stiamo cogliendo la totalità del quadro informativo, ma comunque abbiamo un’immagine o una percezione sensoriale di quella situazione. Bene, di fatto abbiamo creato una connessione tra due universi discreti, il nostro e quello immaginato. Questo meccanismo viene attivato anche nel momento in cui “ricordiamo” qualcosa. In effetti il ricordo non è niente più che una connessione (creata nel presente) ad informazioni relative ad una versione di noi che ora non siamopiù in termini vibrazionali, ma che comunque continua ad esistere, in quanto “passato” e “futuro”, coabitano come diversi punti d’osservazione dello stesso eterno istante di consapevolezza. 

Creare questo tipo di connessioni è il mezzo attraverso il quale si crea un racconto interno sulla nostra identità, così come immaginare eventi non esperenziali (o non ancora) ci consente di creare uno stato emotivo adeguato per attrarre quel tipo di situazione; per ritrovarsi fisicamente nell’universo che poco tempo prima sembrava solo frutto della nostra fervida fantasia, è fondamentale iniziare ad agire in base a quello che si è immaginato o ricordato. Per intenderci, emulando la versione immaginaria di noi che fa le cose che desideriamo, ci auto-concediamo il permesso di diventare fisicamente quella persona in quell’universo! L’azione rappresenta la calcificazione della volontà e delle credenze poiché sancisce lo spostamento di coscienza nell’universo fisico che contiene già quei cambiamenti. 

Il corpo, che è la bacchetta e l’onda guida del mago, deve emulare fisicamente il cambiamento di intenzione per permettere che l’espressione atomica del cambiamento sia possibile, cioè per arrivare a corrispondere il picco di frequenza dell’universo in cui c’è una versione di noi che vive già quei cambiamenti, diventando di fatto quella versione.

Per questo è fondamentale che le vostre passioni (intenzioni e desideri) diventino le vostre azioni. Molta della filosofia e della saggezza esoterica si basa sul radicamento dell’intenzione e sul perseguimento della propria passione per merito del fatto che una vita vissuta nella sua pienezza è pura espressione di Sé, ovvero è una mera traslazione alchemica dell’energia eterica in tempra fisica. Il vascello biologico deve essere l’antenna che esprime e “scarica a terra” il potenziale contenuto nell’intenzione. Se così non fosse, la volontà rimarrebbe solo un progetto potenziale, un edificio mai costruito. 

Per cristallizzare un’ idea sono necessari tutti e tre i componenti che strutturano la nostra coscienza. In primo luogo, le definizioni e le convinzioni: esse stendono il progetto e definiscono le matematiche inviate dal nostro Sé profondo o superiore. Per avere un costrutto simbolico di un oggetto percepito, bisogna definirlo, dargli significato. In secondo luogo, dopo aver definito quel determinato oggetto significativo, si inizia automaticamente a provare emozioni negative o positive nei suoi confronti. L’oggetto perciò, acquisisce un significato, sia esso conscio o inconscio (maggiore sarà l’apertura verso definizioni, significati e convinzioni positive, maggiore sarà la quantità di informazioni a cui il cervello potrà accedere attraverso i percorsi neuronali); in terzo luogo le emozioni andranno a generare un movimento magnetico di energia vibratoria, motivando azioni e comportamenti. 

Questi ultimi strumenti sono i materiali da costruzione attraverso i quali è possibile la chiusura del circolo creativo, che da semplice progetto vibrazionale, diventa il solido edificio della nostra identità. I tre elementi che ho elencato sono inscindibili e funzionano dinamicamente.

Tutti gli individui sono un’espressione soggettiva della Coscienza Unitaria; potenzialmente ognuno di essi è un mago in grado di modellare la sua realtà attraverso la canalizzazione e la trasmutazione dell’energia cosmica in energia fattuale. Ad ogni dato istante, un individuo genererà la sua realtà in base al segnale spirituale che pulsa dal suo centro verso l’infinito, per avere in risposta la simulazione olografica, conoscitiva ed esperenziale di quello stesso impulso e di quel preciso concetto di sé. L’Io è l’espressione conoscitiva dei cambiamenti nell’equazione o identità temporanea che ci rappresenta. 

Detto in altri termini l’Io è lo stato di coscienza con cui siamo identificati; cambiando equazione, cambiamo universo, cambiando universo, cambiamo concetto e quadro di manifestazione, quindi identità e consapevolezza di chi siamo. Ci inganniamo pensando di dover imparare a manifestare, ma ciò non è corretto. La verità è che non v’è individuo che ha bisogno di apprendere il “come” manifestare. Bisogna invece sapere “cosa” manifestare; la manifestazione è un atto automatico della nostra coscienza, per cui non è necessario imparare a farlo. In quanto coscienza vibrante, la nostra natura è quella di generare esperienze, creare relazioni spazio-tempo in accordo con ciò che abbiamo attivo nel nostro campo di definizione del sé e della realtà; lo facciamo automaticamente, senza sforzo, per pregiarci dello spettacolo senza dover pensare a come farlo (non penso che dobbiate sforzarvi di manifestare il vostro corpo o la stanza in cui siete ora, vero?). 

L’unico significativo passo in avanti per esseri che nella loro immanenza sono “creature che creano”, è quello di diventare consapevoli di ciò che manifestano. Guardatevi intorno, tutto ciò che state vivendo ora, è il risultato della vostra attitudine alla vita, sia essa generata da convinzioni espansive e fondate sull’amore di Sé, o da convinzioni negativo-dissociative a base di paura. Bene, dopo esservi guardati intorno, se vi siete sorpresi a provare sconforto o addirittura disgusto, rinsavite e fate la seguente dichiarazione “Questa situazione l’ho creata io, perché ho dato fiducia a pensieri non allineati con la mia reale natura, che è puro Amore, e pura espansione; cosa devo aver creduto in relazione a questa mia attuale condizione, per aver ottenuto un risultato simile? Che significato sto dando a questa situazione? E che significato posso assegnarle per relazionarmi ad essa in modo positivo?” (Per maggiori approfondimenti sugli esercizi di ridefinizione potete leggere il mio post “Questioni di Fiducia – ..). In questo senso troverete, in un modo o nell’altro e con la giusta apertura, la convinzione che vi ha portato a generare quel tipo di situazione. 

Nel momento in cui la o le convinzioni sono state identificate, ne siete diventati i padroni, poiché da ora le vedete dall’esterno, ne siete coscienti e non più assoggettati al loro potere sottocutaneo, adesso siete in grado di scegliere se continuare a credere in quella convinzione non allineata, o piuttosto farne funzionare una capace di risuonare maggiormente con il vostro Sé. Il gradiente di cambiamento (positivo o negativo) nella costante ri-definizione di Sé in relazione agli oggetti e le situazioni nello spazio-tempo, determinerà il grado di cambiamento della quantità di Creazione di cui siete consapevoli, garantito.

Questo è l’impegno contratto dai creatori che sapranno di esserlo. I creatori coscienti indagheranno attivamente tra i motivi e le credenze inconsce che li portano a generare realtà che non desiderano perché consapevoli del fatto che ogni loro stato di emanazione energetica li farà gravitare verso esperienze speculari all’energia maggiormente attiva nel loro campo aurico elettromagnetico. I creatori coscienti diventeranno padroni delle emozioni negative che le credenze disfunzionali portano e com-portano, perché saranno consapevoli di queste ultime e non ne subiranno la potenza espressiva. I creatori coscienti utilizzeranno il condotto immaginativo come strumento prezioso e potente per raggiungere l’espansione di coscienza e lo stato emotivo maggiormente rappresentativo del loro Sé profondo. 

I creatori coscienti non si sentiranno contenuti dalle emozioni e non ne saranno sopraffatti, ma si adopereranno per contenerle con distacco e maestria, concentrando l’attenzione su ciò che collima di più con l’autentica idea di loro stessi (che tende al positivo incondizionato), senza per questo invalidare e giudicare le scelte e le credenze che non preferiscono. Su quest’ultimo aspetto è bene chiarire che essere disposti all’espansione spirituale significa anche essere consapevoli – ma non influenzati emotivamente – dell’eventualità di venire a contatto con persone, eventi e circostanze negative (vedi NWO, Illuminati, guerre, inside job, Multinazionali, Cabale Oscure e via dicendo). 

Sentirsi frustrati per i “mali” del mondo comporta 
1) Che non abbiate afferrato l’idea che ogni cosa ha uno scopo, un’agenda che mira al raggiungimento di un’esperienza conoscitiva, ed il solo fatto che voi la stiate percependo indica che avete sempre la possibilità di trarne un significato positivo o negativo relativamente a ciò che desiderate attrarre nella vostra vita  
2) Che le esperienze negative hanno facoltà di esistere quanto quelle positive, perché sono semplici scelte  
3) Che “combattere” con la paura e i suoi derivati le forze orientate negativamente equivale a conferirgli potere  
4) Che la Sorgente contiene anche il negativo, ragion per cui il negativo è parte di Tutto ciò che Esiste ed è una perfetta espressione di un determinato tipo di frequenza, senza il quale gli altri stati di coscienza non avrebbero nulla a cui relazionarsi e con il quale definirsi  
5) L’unica “arma” che avete per contrastare le energie discordanti con la vostra è quella di non giudicarle e di spostare la vostra attenzione verso qualcosa che ritenete costruttivo; il non giudizio è l’arte di porre il negativo sullo stesso piano del positivo, poiché ogni esperienza ha una sua perfezione intrinseca; in questo modo non farete altro che dire “Ok, questo non lo preferisco, per cui sposto la mia attenzione solo su quelle esperienze che contengono un alto grado di gioia per me”. 
Così facendo, creerete pensieri che contengono momenti energetici volti alla manifestazione di ciò che voi volete, non di ciò che non desiderate vedere! Il giudizio crea identificazione emotiva con ciò che si percepisce e quindi rinforza la manifestazione delle cose che tanto odiate o amate nel vostro personale universo percettivo.

Vivere è un atto di magia ufficiale, un’alchimia che deve essere compresa e padroneggiata a pieno per il solo scopo di assottigliare il muro delle differenze tra ciò che vorremmo essere e ciò che di fatto siamo, ovvero tra la nostra immaginazione e la “realtà”. L’uomo è l’unico responsabile della separazione tra sogno e realtà (o tra conscio e inconscio). L’esperienza, in effetti, è il viaggio attraverso cui ricordiamo che qualsiasi pensiero, qualsiasi informazione, qualsiasi fantasia, emozione o sentiero sono validi, reali e conoscibili, e che sogno e realtà coabitano sullo stesso piano, ma a velocità vibrazionali diverse. Ognuno di noi è al contempo l’architetto ed il muratore della sua identità. 

Tutti gli esseri viventi hanno il diritto inalienabile di stabilire se giocare alla vita come creatori dall’intenzione cosciente o se rimanere inconsapevoli fruitori di credenze assorbite passivamente. Creare è l’atto attraverso cui definiamo la nostra identità e la esclamiamo all’infinito generando un’eco di cristallizzazione materica, istante dopo istante, senza mai rimanere fermi su un singolo universo o su un singolo concetto. Quando tutto ci appare immobile, ridondante, immutabile, dobbiamo ricordarci che anche in quei frangenti stiamo creando l’illusione (convinzione) della staticità, anche in quei momenti stiamo cambiando, anche se di poco. Ogni secondo miliardi di universi vengono trafitti dalla luce della nostra coscienza, tuttavia il grado di cambiamento a volte è impercettibile perché ci ostiniamo a creare un piccolissimo livello di differenza tra gli infiniti universi che momento dopo momento si configurano nella danza dell’illusione fisica. 

Il segreto che la frequenza maestrina porta con sé non è quello di imparare a creare o a cambiare, poiché come abbiamo visto queste qualità sono implicite nel concetto di vita e di esperienza. Il grande segreto risiede nel creare intenzionalmente una grande differenza tra un cambiamento e l’altro, tra una convinzione indesiderata e la successiva (magari più in armonia con il Sé profondo), tra un punto di vista obsoleto ed un altro, tra una reazione emotiva negativa e disfunzionale ed un’altra armoniosa, cristallina e cosciente. Cambiare prospettiva significa cambiare letteralmente universo e creazione, ridefinendo l’idea che non è in accordo con la nostra gioia. Un autentico cambiamento di attitudine nei confronti della vita, porta con sé la certezza (e non l’aspettativa) che il mondo diventi il luogo in cui si vedrà ogni cosa mutare aspetto in consonanza perfetta con chi si è deciso di essere. 

Il viaggio spirituale in effetti non prevede spostamenti fini a se stessi, essere spirituali vuol dire sintonizzare la propria attitudine cosciente con il Sé autentico, attraverso pensieri, parole ed azioni maggiormente forieri della gioia sublime di cui il nostro Sé è composto. Durante l’atto di riemersione dal torpore materico, comincia ad avere luogo un volontario e conscio atto di liberazione dagli automatismi che si sono consolidati come pattern di risposta alla vita. Tanti parlano di responsabilità, pochi però davvero comprendono cosa vuol dire essere responsabili: avere abilità nei responsi è una virtù che libera dalla schiavitù delle reazioni emotive inconsce e dalla globalizzazione dei significati. Essere responsabili ci consente di scegliere cosa creare nella nostra vita, perchè attraverso la capacità di rispondere agli eventi della vita noi scegliamo quale significato dare alla nostra esperienza; questa è un’ottima soluzione al NWO, d’altronde diventare psicotici o mascherare le proprie nevrosi con la scusa della “lotta contro l’elìte oscura”, non è dissimile dall’essere il prodotto di ciò che quella elìte vuole, cioè rabbia, paura e frustrazione. 

Essere responsabili è la qualità attraverso cui ci si spoglia dalle semantiche socio-cognitive da schiavi dormienti incluse nella scatola del gioco “Esistenza media sulla Terra”; si fa tabula rasa, si esce dalla sudditanza verso gli input postipnotici della routine giornaliera e si fa partire intenzionalmente un altro programma. La responsabilità contiene la vibrazione dell’integrità perchè prevede una direzione olistica, unitaria e ben precisa di ciò che scegliamo; questo comporta un bel risparmio di energie che altrimenti verrebbero dissipate nei vari frammenti ego-personali che la paura tiene in vita come tante identità discordanti e dissociate. Nella piena capacità di rispondere, gli eventi diverrebbero il risultato delle scelte prese in piena coscienza, niente di ciò che si vive verrebbe percepito come uno sfortunato accidente. Le circostanze si presenterebbero come il “campo di addestramento” (personalmente preferisco “campo di gioco”, per via della natura ludica che credo abbia la vita) nel quale scoprire significati più funzionali alla crescita interiore. 

Quello che prima era per defalut negativo e ci piombava addosso come un inevitabile ciclo di sconfitte, con un’attitudine responsabile perde facilmente il suo potere destrutturante poiché per nostra scelta cessa di avere una connotazione negativa. Diventare consapevoli di avere il compito di conferire significato alla vita è un passo indispensabile per ambire ad una consapevolezza maggiore. Ora lo sapete, siete voi a dare senso alla vita, non avete più scuse dietro le quali crogiolarvi! Se siete sicuri che la vita sia irrimediabilmente difficile, indovinate un po’ verso quali tipi di esperienze andrete a gravitare?! “Difficile” è una parola che tanti usano per descrivere il percorso verso l’identità spirituale. 

Io dico che difficile è l’esperienza che si vive quando si ha un concetto di sé molto basso, talmente basso che per arrivare ad iniziare un dialogo con il Sé profondo, ci si crede costretti a fare un percorso angusto e “difficile”. La vita non porta con sé né difficoltà né facilità predefinite. Se volete vivere la spiritualità in modalità “facile”, allora ridefinite il vostro concetto di crescita spirituale, ridefinite il vostro rapporto con il manuale di istruzioni del piccolo iniziato. Siate malleabili, conferite plasticità ai vostri significati, stravolgete i vostri punti di vista, rendete il fallimento un momento di miglioramento, gli errori lezioni, i blocchi delle opportunità ecc..Questa saggezza è impressa nel cuore di ogni creatura consapevole della propria vera natura.

 

L’elettricità di pensieri potenti e creativi ed il magnetismo di emozioni cariche di gioia e passione, sono le uniche semenze di cui abbiamo bisogno per avere un giardino spirituale rigoglioso e sempre vivo. Non è necessario pianificare o preoccuparsi costantemente dei dettagli rilevanti per avanzare lungo la scala dell’evoluzione spirituale. In ogni momento abbiamo uno strumento che ci aiuta ad espandere in termini di autocoscienza e di risposta consapevole, senza dover sovra-analizzare le scelte che abbiamo a disposizione; lo strumento di cui parlo è la gioia contenuta nelle nostre passioni. Affidandoci all’ascolto intuitivo (introspezione attiva) si stabilisce un contatto con le cose che davvero entusiasmano e danno gioia. 

Non solo, c’è anche l’opportunità di interagire – in veste di testimoni – con quello che molti hanno chiamato “ego inferiore”, ossia quella serie di modelli interpretativi fondati sulla paura e sulla auto-conservazione negativa (o “modalità di sopravvivenza”, quello che nel Tao è lo Yang, la nostra parte oscura): cercando intenzionalmente stati di gioia, ci viene data l’opportunità di portare in superficie tutte – e dico tutte – le situazioni che non appartengono a quella classe energetica (cioè le convinzioni disfunzionali basate sulla paura). E’ come dire “Bene, la mia intenzione è quella di essere integro e gioioso, voglio seguire le mie passioni senza chiacchiere egoiche che mi depotenzino , desidero essere conscio di ciò che voglio e libero da abitudini reattive inconsce, devo quindi scoprire quali sono i programmi di convinzioni negative attivi in me di cui ancora non sono consapevole”. 

Come si può essere gioia pura senza prima aver processato le convinzioni negative che ostacolano sub-consciamente la crescita della nostra frequenza vibratoria? Semplice, non si può. Iniziare ad agire in base a ciò che ci dà gioia è un processo che contiene in sé tutti gli strumenti di pulizia di cui abbiamo bisogno. Seguendo la gioia ci troveremo dritti di fronte alle forme pensiero che non fanno parte del nostro Sé autentico ma a cui, malgrado tutto e causa abitudine, diamo potere/attenzione; le paure e i disagi a quel punto emergerebbero per mostrarsi sotto la luce della nostra consapevolezza. Da quel punto in avanti,essendo consci delle nostre paure e delle credenze che le hanno generate, saremo in grado di rimpiazzarle con credenze più costruttive (ergo abbiamo la possibilità di scegliere un altro punto di vista attraverso il quale guardare la vita). 

Seguire l’emozione della gioia è un metodo davvero efficace per scoprire quali tasti sono da accordare nel nostro strumento. Visto che fin ora sono rimasto sul teoretico, facciamo un esempio pratico: se la mia passione è quella di diventare un cantante di una band, la prima cosa che dovrei fronteggiare sarebbe quella di trovarmi un gruppo, poi una cantina o una sala prove ed infine potrei cominciare a cantare. Se però in questo processo emergesse la paura di stare davanti ad un pubblico, la mia passione potrebbe spegnersi perché dominata da questo “enorme blocco”. Il solo modo per continuare lungo la strada della gioia sarebbe quello di usare la paura in maniera esoterica e costruttiva, trasformando in gioia il timore (anche perché non è possibile eliminare la paura, mentre è possibile renderla un’opzione non preferibile – per inciso, positivo e negativo esisteranno sempre nella nostra coscienza, perché sono parti inscindibili di un’unica energia consapevole. 

Chi ha intenzione di evolvere, accetterà la sua parte negativa, non vi applicherà giudizi di valore, ma tenderà ad evitare le scelte in essa contenute). Come? Ridefinendo la mia identità, ridefinendo la paura stessa come opportunità di crescita invece che come un “blocco” con cui devo imparare a convivere, modificando le mie convinzioni sulle capacità che possiedo, sul concetto di fallimento, di bravura e di divertimento. Se ho paura di stare davanti ad un pubblico, generalmente sarà dovuto al fatto che temo di sentirmi giudicato negativamente. Se ho paura di sentirmi giudicato male, sarà perché avrò paura che gli altri abbiano ragione a giudicarmi male, “perché in fin dei conti io sono un fallimento”. 

Questa è una catena di associazioni che creano e determinano la mia relazione con il mio sogno di cantare, sono le mie credenze riguardo questo aspetto della relazione che ho con il mio desiderio di cantare. Se ridefinissi il concetto stesso di cantare, abbinandolo solo al fattore divertimento e liberandolo da tutte le aspettative che ho su di me o su ciò che riesco a fare in paragone ad altri cantanti, la mia sarebbe una prova di divertimento, una spontanea canalizzazione di gioia che il canto stesso mi permetterebbe di esperire al di là del successo e della popolarità che riuscirei a raggiungere; tutto prescinderebbe dai risultati che potrei ottenere, la mia attenzione sarebbe rivolta unicamente al raggiungimento di uno stato energetico di esaltazione e divertimento. In questo modo starei semplicemente dirigendo la mia attenzione sugli aspetti che ritengo utili al mantenimento del mio stato emotivo di gioia. 

Magicamente scioglierei il desiderio di cantare da tutti i bagagli di aspettative e di credenze sul “come” una certa cosa debba andare, la mia passione diventerebbe sempre meglio espressa e canalizzata, la sincronia degli eventi inizierebbe a diventare più evidente, così mi troverei sempre più spesso in situazioni che sosterrebbero la mia determinazione e la mia attivazione emotiva. Nelle mie attenzioni non ci sarebbe il successo e la popolarità, né tanto meno il soddisfacimento di un aspettativa. 

Ci sarebbe solo il divertimento, solo la gioia di cantare. I bambini in questo sono formidabili, e andrebbero imitati. Vi siete mai chiesti cosa sia quella gioia naturale e sorgiva che i bambini esprimono? Quella è la connessione spirituale che con gli anni si ottunde mescolandosi agli iperrazionalismi di un intelletto condizionato e disilluso, l’infanzia è il periodo del non inquinamento intellettuale, il bambino è l’archetipo della verità, della gioia e della parte più spontanea dell’uomo diviso tra mente e spirito, lo junghiano Puer Aueternus, Il Piccolo Principe di Saint-Exupéry o il Peter Pan di Barrie; come diceva Khalil Gibran (1883-1931): 
“Le cose che il bambino ama rimangono nel regno del cuore fino alla vecchiaia. La cosa più bella della vita è che la nostra anima rimanga ad aleggiare nei luoghi dove una volta giocavamo”.. 
Seguendo ciò che ci piace stiamo in effetti accordando noi stessi, riemergendo nel nostro vero Sé in forma esperenziale e diventando il bambino che conosce l’estasi della saggezza e la gloria della creazione. 

La gioia è un indicatore di vicinanza alla Grande Identità, seguire la gioia significa seguire il Sé, per questo è importante tornare bambini e ricordare come si gioca. Per dirlo in una sola frase: creatori si nasce, coscienti lo si diventa.

13 novembre 2011

Avatâra, la discesa del Signore

Paolo Magnone – Lingua e Letteratura Sanscrita (Univ. Cattolica di Milano)



Visnu con i suoi quattro emblemi: 
disco, mazza, loto e conchiglia

Avatâra, la discesa del Signore

Tra tutte le figure che popolano il lussureggiante immaginario religioso dell’Induismo, l’avatâra è certo una di quelle che hanno trovato piú vasta eco in Occidente. Un motivo ne è senza dubbio che l’avatâra ha una maniera seducente di coniugare una confortevole familiarità con un esotismo stimolante. 


L’avatâra è il Signore “disceso” nel mondo per redimerlo dal male: un’immagine familiare ai Cristiani (o piuttosto, semplicemente, a noi Europei, i quali, si ricorderà, secondo Croce “non potevamo non dirci Cristiani” (1) ), che proprio perciò rischia di catturare la nostra comprensione entro l’angusto recinto della nostra esperienza. Pure, dobbiamo guardarci da questa maniera poco proficua di affrontare il diverso, che lo riduce ad una mera varietà del simile, con un’ appendice di esotismo inessenziale. La giusta via parte invece inevitabilmente dal simile, ma altrettanto inevitabilmente se ne diparte per metter capo altrove — al diverso, appunto.

Che cosa è dunque l’avatâra ? Apprendiamolo dalle labbra dell’avatâra per eccellenza, Krsna, che proclama ad Arjuna sul campo di battaglia, sul campo deldharma (2) ove si giuocano i destini dei regni della terra:

Ogniqualvolta il dharma langue e vige l’adharma, o Bhârata, Io effondo me stesso; per proteggere i buoni e sterminare i malvagi, per ristabilire il dharma di età in età Io vengo all’essere (3) .
Nella densità primigenia di queste strofe famose, variamente riprodotte o riecheggiate in una miriade di testi, riposa insieme il nucleo fondamentale della dottrina dell’avatâra e la matrice di ogni sviluppo posteriore. In esse troviamo enunciati in una concisione quasi aforistica tutti gli elementi fondamentali dell’avatâra: la finalizzazione etica, la virtuale infinità delle manifestazioni, il quadro ciclico ed escatologico, la bipolarità ed alternanza della compagine etica cosmica; oltre, naturalmente, all’ineffabilità della fenomenizzazione divina.

Per cogliere piú pienamente la peculiarità di tali tratti distintivi dell’avatâra, giova porre il passo della Gîtâ a contrasto con un passo dell’Epistola ai Galati di struttura sorprendentemente simile, e perciò tanto piú capace di illuminare le differenze. 



Dice Paolo:
Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio inviò suo Figlio, fatto da donna, fatto sotto la legge, per redimere coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione di figli (4) .
La differenza piú ovvia non è perciò meno capitale. 


“Dio mandò suo Figlio”: la puntualità dell’evento unico, significata dall’aoristo, con il suo unico protagonista: il Figlio, l’Incarnato.

“Ogni volta Io effondo me stesso”: la circolarità dell’iterazione indefinita, significata dal presente, con la serie virtualmente infinita delle auto emanazioni polimorfe dell’unico Signore.

Ciò che nella Gîtâ è appena accennato (yadâ yadâ, “ogniqualvolta”...) i Purâna (5) riprenderanno traducendolo nel loro formulario prodigiosamente iperbolico con la dottrina delle miriadi di manifestazioni: “Migliaia di manifestazioni sono già piú volte trascorse, e piú ancora ne verranno, quante non è possibile contare” (6) .

Ma l’unicità del Cristo e la pluralità degli avatâra non sono che l’appariscente corollario di una divergenza piú profonda e riposta, che siede nei penetrali della metafisica del Tempo. Lo sfondo della proiezione indefinita degli avatâra non è il tempo che ci è familiare: il tempo dell’ora presente in precipite aggetto sul domani spalancato, la storia che senza posa seppellisce il passato nel futuro incombente. In questo tempo scocca bensí l’evento privilegiato dell’Incarnato, inviato nella pienezza del tempo — plhrwma tou cronou — a riscattare il passato e a inaugurare irrevocabilmente il futuro della salvezza, quale discrimine della storia. 

Matsya Avatara salva la nave di Manu dal Diluvio
Ma l’avatâra ha un tempo piú pacato e forse piú abissale, la ronda immutabile dell’ombra intorno allo gnomone, l’eternità che si travasa nei giorni in una mimesi vertiginosa e inesausta. L’ombra si allunga ripercorrendo il cammino del giorno declinante, e si dissolve nella sera per rinascere a identico destino: cosí si susseguono gli eoni, segnati dall’ombra montante dell’adharma lungo il cammino ricorrente delle età (7) ; l’avatâra discende in questo stesso cammino, yuge yuge, nelle crisi che scandiscono la spirale involutiva delle età, per riportare instancabilmente alla cosmicità originaria l’universo che incessantemente frana nel caos. Il tempo indiano non è il teatro neutrale degli eventi, che gli eventi qualificano, ma è intrinsecamente qualitativo, piega gli eventi secondo la propria qualità che di continuo degenera, dall’attimo creativo del distacco dall’eternità.




Su questo sfondo, l’opera dell’avatâra è essa stessa segnata dalla malignità del tempo, e il suo trionfo non è che passeggero. Il dharma vacilla. Il dharma è il fondamento stabilito, la legge micro– e macro–cosmica; ma nell’immagine puranica il dharma è una vacca che si regge a stento perdendo via via il sostegno di una zampa per influsso del tempo declinante: l’avatâra interviene ogniqualvolta si minaccia la caduta. Ascoltiamo l’ammaestramento del dio Brahmâ:

Nell’età krta il dharma ha quattro zampe, e Visnu è di carnagione bianca; non vi sono carestie né malattie, né morte prematura, la terra produce messi senza aratura e le vacche danno copioso latte; non vi è passione né ira, paura, avidità, egoismo o invidia.



Visnu con mazza, disco e conchiglia 
(Scultura in arenaria del XII sec.)

Nella successiva età tretâ il dharma rimane con sole tre zampe, e Visnu si fa vermiglio; gli uomini sono longevi, compiono sacrifici per ottenere ciò che desiderano e non agiscono sotto l’impulso delle passioni, ma esercitano la penitenza, la castità, le abluzioni e le offerte, le preghiere e le oblazioni. Viene quindi l’età dvâpara, allorché il dharma ha non ha piú che due zampe e Visnuassume un color fulvo; le preghiere, i sacrifici e le penitenze sono motivati dalla brama dei frutti; il mondo è diviso tra bene e male, i re si disputano il dominio della terra e conquistano il cielo purificandosi con i riti sacrificali. 


Quarta viene la funesta età kali; il dharma pencola terrorizzato su un’unica zampa, e Visnu ha una tinta fosca; la malvagità ha il sopravvento, con l’illusione e l’egoismo, la passione, l’ira e la paura; i re agognano alle ricchezze e sono accecati dalla cupidigia, gli uomini hanno vita breve, la terra è avara di messi e le vacche di latte, le caste rigenerate non hanno virtú, gli uomini sono fraudolenti e dediti ai piaceri del palato e del sesso, bugiardi e scellerati; a sedici anni incanutiscono, mentre le donne s’ingravidano a dodici anni; a poco a poco le caste si contaminano, gli stadi della vita si confondono e tutto si uniforma; i riti e gli ordinamenti perenni delle stirpi periscono, e i luoghi sacri, profanati dai barbari, perdono la loro potenza (8)

 .

In questo decorso fatale, fino all’apocatastasi che all’imo di kali inaugura una nuova età dell’oro, egualmente predestinata, l’avatâra non interferisce, ma piuttosto lo asseconda, preservando la lisi dalla crisi sempre latente nel precario equilibrio del dharma. L’Incarnato è venuto una volta per tutte a trionfare della morte (9) offrendo agli uomini l’adozione di figli; l’opera dell’avatâra, dal canto suo, è meno epocale e conclusiva. Il suo scopo precipuo è di “ristabilire il dharma”; ma, piú precisamente, il termine sanscrito samsthâpana significa nella sua accezione primaria ‘rimettere in piedi (un cavallo caduto)’: l’avatâra rimette in piedi la vacca zoppa dell’ordine socio-cosmico, senza poterla guarire.

Se la guarigione non è possibile, è perché sotto l’influsso nefasto del tempo al dharma è indissolubilmente connaturato il seme dell’adharma. L’avatâra protegge i buoni e stermina i malvagi, come recita il passo della Gîtâ; pure, lo sterminio non è mai definitivo, né è veramente necessario o possibile che lo sia, perché nell’universo culturale indiano luce e ombra sono entrambi relativi e complementari, come due facce di un’unica medaglia: la realtà suprema, che, essa, è al di là di luce e ombra (10) . 



Questa visione dialettica della struttura etica trova rappresentazione emblematica in uno dei temi piú cospicui dell’intera letteratura puranica: ildaivâsura, la battaglia incessante tra dèi e titani per il predominio, scandita dagli innumerevoli mitologemi che vi si inseriscono a guisa di episodi, perpetuamente riaccesa e fatalmente irrisolta; in essa l’immaginazione simbolica ha esemplificato il pendolo cosmico tra dharma e adharma all’interno della piú vasta ciclicità degli eoni. 


Gli avatâra servono allo scopo della restaurazione del dharma — in effetti, a garantire la continuità dell’oscillazione del pendolo, giacché ogni intervento divino, mentre ristabilisce il potere degli dèi, pone le premesse di un prossimo prevalere dei titani. Il Signore discende in forma di cinghiale per uccidere il titano Hiranyâksa che ha usurpato il trono celeste — ma l’uccisione accende propositi di vendetta nel fratello Hiranyakaçipu, che s’impadronirà a sua volta del trimundio finché la nuova discesa dell’uomo–leone non avrà ragione anche di lui. 




La faida continua nella maniera usuale tramite il nipote Bali, ma continua anche in una forma piú inconsueta, peculiare all’India: è Hiranyakaçipu stesso che fa le proprie vendette, inesorabilmente ricondotto sulla terra dal proprio karman a vestire i panni di Râvana dalle dieci teste, la cui sconfitta ad opera dell’avatâra Râma Dâçarathi è celebrata nel Râmâyana (11) . Immune dalla cesura naturale della morte, il filo è ripreso e intessuto nel grande arazzo del Mahâbhârata (12) : Râvana si reincarna nel re Çiçupala, nemico inveterato di Krsna, e trova la morte per mano di questi, mentre Bâna, figlio di Bali,viene mutilato delle mille braccia dal suo disco.


Icona moderna di Visnu circondato dai 10 avatâra principali (ai lati), gli emblemi del disco, tilaka (marchio frontale) e conchiglia (sopra), Visnu con il serpente Çesa e la consorte Laksmî (sotto).

La storia non ha alcun epilogo possibile, perché è in sé stessa soltanto un episodio di un processo senza fine. Nella giostra vorticosa ciò che sembra smarrirsi senza rimedio è il senso. Una risposta alla questione teleologica che ci urge potrebbe essere che il fine è immanente all’azione, che il daivâsura o la contesa cosmica (13) gioisce di sé stessa: è la risposta implicita nella dottrina della creazione come lîlâ, giuoco di Dio. La sua giustificazione è nel pensiero che il cozzo degli opposti nel traboccare dell’illusione di nomi-e-forme (14) non è che il rovescio dell’ineffabilità essenziale: ciò che “non è cosí, non è cosí” (15) è immanifestabile, oppure può esser manifestato in molti modi, anzi in tutti (16) .





Ma è una risposta parziale; il senso totale della fantasmagoria del daivâsura si ritrova solo nella prospettiva della salvezza. Se questa non ci appare appannaggio immediato dell’avatâra come lo è dell’Incarnato, è perché lo precede e lo ingloba come cifra ubiquitaria dell’Induismo. Molti sono i cammini che conducono all’altra sponda, ma tutti cominciano su questa sponda, e non è possibile passare, se non da qui. Per coloro che ancora ambiscono ai frutti: ricchezza, bellezza, paradiso, solo questo è il terreno dove seminarli con le opere (17) . Per coloro che ormai aspirano alla liberazione, solo questo è il teatro dove la Natura danza dinanzi al Sé finché questi non realizzi la sua condizione di spettatore impassibile (18) . In questo campo di battaglia, in questo campo del avatâra si compie tutta la parabola della creatura, e per questo campo l’avatâra discende, non a salvare ma a fondare la possibilità perpetua della salvezza: l’avatâra non viene per l’Uomo, ma viene per la Terra.

La vocazione si manifesta nel nome. Gesú è il divino Salvatore (19) . Per l’avatâra l’etimologia è piú elusiva, ed esige la sinergia vivificante del mito. La radice sanscrita tr esprime la nozione di ‘traversare’, cui il preverbio ava aggiunge la specificazione di ‘giú’: in prima approssimazione, l’avatâra è dunque ‘colui che discende’, ma ciò non esaurisce la ricchezza allusiva della parola, maturata in un’evoluzione plurisecolare. L’origine della metafora della discesa è negli antecedenti mitici della grande guerra dei Bhârata: si narra nel primo libro del Mahâbhârata (20) che principi di stirpe titanica si erano incarnati in mezzo agli uomini e tribolavano le creature; la terra stessa, oppressa sotto il loro peso sovrumano, invoca aiuto: tutti gli dèi discendono sulla terra con una porzione di sé stessi sotto spoglie diverse per ‘scaricare’ (avatarana) il ‘peso’ (bhâra) che grava la terra.





Dal mito epico procede il cliché puranico. Tipicamente, la terra personificata nella dea Prthivî, in procinto di sprofondare sotto il peso insostenibile dei viventi proliferati a dismisura, si presenta supplice in cielo per impetrare l’aiuto divino: bhârâvatarana è l’azione salutare del Signore supremo, che a un tempo ‘discende’ (avatarati) e ‘fa discendere’ (avatârayati) (21) , ovvero scarica la zavorra che incorpora lo squilibrio deldharma (22) . 


L’avatâra è dunque ‘colui che discende’, ma soprattutto ‘colui che rimuove’; il Signore discende ogni qualvolta si renda necessario per rimuovere il fardello della Terra: in questo singolare e prezioso nodo linguistico, incentrato sull’avatâra come autore dell’avatarana e dell’avatârana, l’Induismo ha colto l’opportunità di coimplicare il passaggio, la fenomenizzazione dell’Assoluto, e il suo scopo, la preservazione della Terra come campo del dharma (23) attraverso l’eliminazione dello squilibrio dell’adharma simboleggiato nel ‘peso’



Visnu circondato dai 10 avatâra principali 
(Miniatura del XIII sec. - Jaipur).

Per alleviare la Terra o per umiliare la tracotanza dei titani il Signore si foggia di volta in volta il corpo piú adatto allo scopo: la piú “esotica” fra le peculiarità dell’avatâra è il suo proteiforme trasformismo. L’Incarnato è “fatto da donna”, e “Figlio dell’Uomo” è il suo appellativo per antonomasia, poco meno frequente nelle Scritture dell’altro, complementare, di “Figlio di Dio”; e vero Uomo e vero Dio doveva essere per assumere il ruolo di mediatore, sacerdote e vittima sacrificale nell’istituire la nuova ed eterna alleanza tra Dio e Uomo. Viceversa, leggiamo nel Bhâgavata Purâna:

Tra gli dèi e i veggenti, o Signore, tra gli uomini e gli animali terrestri e acquatici tu benché ingenerato prendi nascita, o onnipotente arbitro del destino, per reprimere l’arroganza dei malvagi e mostrare il tuo favore ai buoni (24).

L’avatâra non è mediatore ma giustiziere, non sacerdote ma guerriero, ed eredita come tale i camuffamenti e le astuzie guerresche che in altra temperie religiosaerano appartenuti all’Indra vedico, l’antico campione degli dèi (25) . 







Tuttavia, uno scarto ben piú essenziale viene alla luce qui tra l’Incarnato e l’avatâra, che tocca le strutture piú profonde dell’esperienza religiosa. Il Cristianesimo ha ereditato dall’Ebraismo la valorizzazione della storia come teofania, e l’ha valorizzata a sua volta con l’epifania dell’incarnazione, nella “pienezza del tempo”; ma inaugurare la storia come regno dell’imprevedibile e dell’irreversibile è nel contempo inaugurare la libertà e la personalità, e fare dunque della salvezza la vicenda di un rapporto personale tra soggetti capaci di libertà: Dio e Uomo (26) . 


Questo umanesimo è sostanzialmente estraneo all’Induismo, fedele al respiro cosmico degli yuga. Non c’è “nulla di nuovo sotto il sole” dell’India, e l’uomo vi conta meno per i pregi singolari dell’individuo che per gli statuti uniformi della casta (27) . Invece di umanizzare la natura sostituendo alle stagioni la storia, l’Induismo naturalizza l’uomo; il risultato è un ecumenismo della salvezza, che non conosce piú privilegi e raggiunge talvolta il paradosso:

Perfino i vermi e gli insetti alati che muoiono in riva al Gange e gli alberi caduti dalle sue sponde raggiungono la meta suprema (28) .

D’altronde, nessun iato insormontabile separa l’uomo dai suoi confratelli subumani, l’uno e gli altri metaplasmi emergenti dal magma vitale che la legge di trasmigrazione mantiene in continua circolazione. Perciò come stupirsi che l’avatâra non faccia distinzioni nello scegliere il proprio grembo lungo la scala degli esseri come il proprio abito da un armadio (29) ? Con ciò egli non fa che adeguarsi al carosello dell’esistenza che egli stesso viene a perpetuare; ma con una differenza:

Già molte nascite Io ho attraversato in passato, e anche tu, o Arjuna: Io le conosco tutte, ma tu non le conosci, o sterminatore dei nemici (30) .
Per l’uomo che impara a conoscerle, che nella fluidità universale impara a discriminare il permanente dal transeunte, la danzatrice smette di danzare, per lui l’avatâra ha esaurito il suo compito: eppure discende ancora, di età in età, a preservare il sogno dell’esistenza perché altri possano ridestarsi.



Visnu con mazza, disco e conchiglia 
(Scultura in arenaria dell'XI sec. - Gujarat)


Note(1) Cfr. B. Croce, “Perché non possiamo non dirci ‘cristiani’” (1942), in Discorsi di varia filosofia, Bari, Laterza, 19592, vol. I, p. 12 sgg.
(2) Dharma, dalla radice dhr “esser saldo”, connota uno di quei concetti integrali che non trovano piú posto (né quindi espressione) nella nostra cultura dissociata e frammentata. Dharma è il fondamento del cosmo, che assume via via l’aspetto dell’ordine naturale e sociale, del dovere a un tempo giuridico, religioso e morale. Suo contrario è l’adharma.
(3) Bhagavad Gîtâ 4, 7-8: yadâ yadâ hi dharmasya glânir bhavati Bhârata abhyutthânam adharmasya tadâtmânam srjâmy aham / paritrânâya sâdhûnâm vinâçâya ca duskrtâm dharma-samsthâpanârthâya sambhavâmi yuge yuge (la trad. di tutti i testi citati è dell’A.). Sulla Bhagavad Gîtâ v. l’art. di C. Fiore “Il guerriero alla scuola degli dèi”, Abstracta 18 (Settembre 87), p. 22-27.
(4) Epistola ai Galati 4, 4-5.
(5) Il grandioso corpus dei Purâna (“Antiquitates”), che comprende tradizionalmente 18 Purâna maggiori e altrettanti minori (ma in realtà il loro numero è assai superiore), costituisce una sorta di enciclopedia che raccoglie un ricchissimo patrimonio di miti e leggende, dottrine giuridiche e politiche, genealogie, esposizioni di cosmografia, cosmogonia e cronologia, canoni di estetica, dissertazioni filosofiche e compendi di varie discipline scientifiche. Il motivo unificante di tale disparata messe di temi è l’interesse religioso, che costituisce il filo conduttore dei dialoghi cui è affidata l’esposizione e pervade tutta la materia, oltre a dar origine a una tematica propriamente religiosa comprendente trattazioni di precettistica rituale, inni laudativi e celebrazioni di luoghi santi. I Purâna — la cui data di composizione si stende su un arco di parecchi secoli, rimontando certamente agli inizi della nostra era, ma forse assai prima — sono infatti anzitutto libri sacri, la cui autorità si vuole pari a quella del Veda: “quand’anche un brahmano conosca i quattro Veda con le scienze ausiliarie e le Upanisad, in verità non è saggio se non conosce il Purâna” (Çiva Purâna 7, 1, 1, 39).
(6) Visnudharmottara Purâna 1, 190, 16-17. Cfr. Bhâgavata Purâna 1, 3, 26: “innumerevoli sono gli avatâra di Hari, lago dell’essere, come i rivoli di una polla inesauribile sono migliaia”.
(7) Lo yuga (‘età’) è una suddivisione del computo ciclico del tempo cosmico secondo la tradizione epico-puranica. La durata dell’universo, coestensiva alla durata della vita del dio creatore Brahmâ (= 100 anni di Brahmâ), è scandita da periodi di latenza (notti di Brahmâ) e periodi di manifestazione (giorni di Brahmâ). All’alba di ciascun giorno di Brahmâ ha luogo la creazione (sarga ‘effusione’) che inaugura un nuovo kalpa (‘eone’, l’intervallo di un giorno di Brahmâ, pari a 4.320.000.000 anni umani). Ogni kalpa comprende 1.000 mahâyuga (‘grande età’), ognuno dei quali è composto di 4 yuga, che prendono nome dai tiri del gioco dei dadi: krta (il tiro ‘perfetto’) ha i quattro quarti della durata: 1.728.000 anni; tretâ (il tiro di ‘tre’) ne conserva solo i tre quarti, pari a 1.296.000 anni; dvâpara (il tiro di ‘due’) si riduce a 864.000 anni; infine kali (il tiro peggiore) — l’età attuale — non dura piú che 432.000 anni. Il flusso delle quattro età è caratterizzato da una progressiva decadenza del dharma e dalla conseguente degenerazione dell’umanità, la cui palingenesi è il compito del venturo messia, Kalki, il cui avvento coinciderà con l’instaurazione di un nuovo mahâyuga. Al crepuscolo di ogni kalpa ha luogo la dissoluzione degli esseri (pralaya) e il loro riassorbimento nello stato immanifesto per tutta la durata della notte di Brahmâ. (Questi brevi cenni hanno l’unico scopo di permettere la comprensione del testo; per un quadro completo della concezione puranica del tempo v. Ânanda Svarûpa Gupta, “The Puranic Theory of the Yugas and Kalpas: a Study”, Purâna (Vârânasî) 11, 2 (1969), p. 304-323).
(8) Skanda Purâna, 7, 3, 10, 10-30.
(9) Isaia 25, 8; 1 Epistola ai Corinzi 15, 20-22.
(10) Cfr. Chândogya Upanisad 8, 4, 1: “Invero, l’âtman è un argine che separa questi mondi perché non confluiscano assieme. Non oltrepassano quest’argine giorno né notte, vecchiaia, morte o dolore, né buone né cattive azioni”.
(11) Il Râmâyana è l’altro grande poema epico indiano (accanto al Mahâbhârata), che narra in 24.000 strofe la leggenda di Râma, culminante nella lotta con il demone Râvana che ne aveva rapita la moglie Sîtâ. La redazione definitiva risale probabilmente alla fine del II sec. d. C., benché la materia narrativa sia di epoca assai piú antica.
(12) Il Mahâbhârata è il maggior poema epico indiano, un’opera di vastità colossale (piú di 90.000 strofe nella recensione settentrionale) il cui nucleo fondamentale è costituito dalla narrazione della grandeguerra dei Bhârata, ovvero dei cinque Pândava alleati di Krsna contro i propri cugini Kaurava che ne avevano usurpato il regno. L’elaborazione del poema, assai eterogeneo (“ciò che c’è qui c’è anche altrove, ma ciò che che qui non c’è non c’è da nessuna parte” (1, 56, 33)) si estende su un arco di parecchi secoli, collocandosi la redazione definitiva entro il IV sec. d. C.
(13) Cfr. Eraclito, B80: “tutto avviene secondo contesa”.
(14) Cfr. Brhadâranyaka Upanisad 1, 4, 7: “In quel tempo questo mondo non era dispiegato; fu dispiegato con nomi–e–forme: ciò che ha il tal nome, ha la tal forma... Ma Egli vi è penetrato fino alla punta delle unghie, come un rasoio riposto nel fodero... perciò non lo vedono: perché è diviso”.
(15) Cfr. Brhadâranyaka Upanisad 2, 3, 6: “Il suo annuncio è: ‘non è cosí’, ‘non è cosí’; perché non ve n’è un altro all’infuori di questo, che ‘non è cosí’; ma il suo nome è: ‘la Realtà della realtà’”.
(16) Cfr. Çvetâçvatara Upanisad 4, 3-4: “Tu sei femmina, tu sei maschio, tu sei fanciullo e sei anche fanciulla; tu sei il vecchio che barcolla col bastone, tu sei il nato che guarda dappertutto; tu sei il nero corvo, tu sei il verde pappagallo dai rossi occhi, tu sei il grembo della folgore, le stagioni e gli oceani; senza principio, tu pervadi ogni cosa, tu dal quale tutti gli esseri sono nati”.
(17) Cfr. Skanda Purâna 7, 3, 35, 19-20.
(18) Cfr. Îçvarakrsna, Sâmkhyakârikâ 59; 66.
(19) Il nome è connesso alla radice ebraica yš‘ = ‘salvare, liberare’.
(20) Mahâbhârata (Poona) 1, 64 sgg.»
(21) Le due forme avatarati e avatârayati appartengono rispettivamente alla coniugazione ordinaria e causativa della medesima radice (ava)tr. Analogamente piú sotto avatarana e avatârana sono nomi verbali derivati rispettivamente dal tema ordinario e dal tema causativo, significando dunque la ‘discesa’ e il ‘far discendere’ = la ‘rimozione’.
(22) Cfr. P. Hacker, “Zur Entwicklung der Avatâra–lehre”, Wiener Zeitschrift für die Kunde Südasiens, 4 (1960).
(23) La trasparenza del simbolismo si transustanzia inverandosi in una piú arcaica cognazione linguistica: la terra è dharanî, colei che sostiene, come la legge è dharma, il fondamento saldo dell’ordine socio-cosmico. È questo comune riferimento alla stabilità fondamentale che ha forse promosso e corroborato la metafora, la quale attinge cosí all’universalità dell’allegoria: specchio dell’invisibile (vacillare del fondamento morale) nel visibile (vacillare delle fondamenta fisiche).
(24) Bhâgavata Purâna 10, 14, 20.
(25) Cfr. Rg Veda 4, 47, 18: “Grazie alla sua magia Indra va attorno in molte forme, e per lui sono aggiogati cavalli bai a centinaia”.
(26) Cfr. M. Éliade, Le mythe de l’éternel retour. Archétypes et répétition, trad. it. di G. Cantoni, Il mito dell’eterno ritorno. Archetipi e ripetizione, Milano, Borla, 1968, p. 136 sg.
(27) L’A. è dolorosamente consapevole della schematicità di questi (e altri) asserti, che richiederebbero ben altra articolazione che lo spazio non concede. Per ritrovare parte delle nuances perdute non si può far meglio che rimandare il lettore al bel libro di M. Biardeau, L’Hindouisme. Anthropologie d’une civilisation, tr. it. di F. Poli, L’Induismo. Antropologia di una civiltà, Milano, Mondadori, 1985.
(28) Skanda Purâna 4, 27, 134. A proposito del superamento del privilegio della natura umana nei confronti della salvezza cfr. S. Piano, “Note in margine al Visnu Mâhâtmya”, Indologica Taurinensia, 3-4 (1975-76), p. 381 sgg.
(29) Cfr. Bhagavad Gîtâ 2, 22: “Come un uomo smettendo i vestiti logori ne prende di nuovi, cosí l’anima smettendo i corpi logori ne assume altri nuovi”.
(30) Bhagavad Gîtâ 4, 5.