“ Be the Change that you want to see in the world. ” ...is by Mahatma Gandhi...

20 ottobre 2011

Esercizi di Psicosintesi


"Talvolta si sente dire: un giorno ti guarderai indietro e riderai di tutta questa storia. Quello che mi chiedo io è perchè aspettare?" 
(R. Bandler)
Come usare questi esercizi

Qualche suggerimento può aiutare ad accrescere gli effetti benefici che gli esercizi hanno lo scopo di evocare:

Tempo. 

Dedicate a un esercizio un periodo in cui non sarete disturbati. Anche se si tratta di cinque minuti, cercate di creare una situazione in cui non siete disturbati da inferenze esterne.

Preparazione. 

Assumete una posizione comoda, possibilmente con la spina dorsale eretta e i muscoli rilassati. Chiudete gli occhi, respirate profondamente e lentamente qualche volta. Per questo stadio ci vogliono almeno due minuti (per alcuni degli esercizi più attivi non c’è bisogno di preparazione)

Persistenza. 

Scegliete un esercizio che vi piace, e continuate ad usarlo anche se non notate risultati immediati. La ripetizione di un esercizio ne moltiplica l’efficacia.

Ancoraggio.

Dopo che avete fatto l’esercizio, questo continuerà silenziosamente a lavorare dentro di voi. Ma se volete che il suo influsso sia maggiore, rammentatevi dell’esperienza avuta anche nel corso della vita di ogni giorno. Può essere utile tenere un diario su cui scrivere le intuizioni che vi vengono e le trasformazioni più o meno sottili che hanno luogo.

Silenzio.

Parlare del nostro processo interno con persone che, pur essendo bene intenzionate, potrebbero non capirlo, rischia di dissipare l’energia psichica che siamo riusciti ad accumulare. E’ quindi più opportuno tacere, e lasciare che a parlare siano i risultati stessi del nostro lavoro.

Evocazione visiva

Visualizzate:
- Una penna che scrive lentamente il vostro nome.
- Un numero con una cifra. Poi sostituitelo con un numero di due cifre, poi con uno di tre e così via finchè arrivate al limite del numero di cifre che potete visualizzare. Immaginate quel numero per un paio di minuti.
- Varie forme colorate:
Un triangolo giallo
Un cerchio blu
Una stella verde a cinque punte, e così via.

Può essere talvolta più difficile visualizzare immagini astratte come lettere, numeri o forme geometriche, che altre più complesse, ma che ci sono familiari. E’ più facile quindi visualizzare una persona che conosciamo piuttosto che un triangolo blu, i nostro paesaggio preferito anziché il numero 716 su una lavagna. Ma è proprio per questa ragione che gli oggetti più semplici ed emotivamente neutrali sono quelli più efficaci per allenare l’immaginazione e la concentrazione.

Non c’è da scoraggiarsi se in un primo momento non riusciamo a fare neanche un esercizio semplice come quelli appena descritti. Se le immagini non appaiono, se sono confuse ed instabili, oppure se sono chiare ma scompaiono subito, bisogna continuare, e a poco a poco le cose cambieranno: cerchiamo semplicemente di trattenere l’immagine per due o tre minuti, anche se ci vengono altri pensieri.

Evocazione tattile

Immaginate di:
Dar la mano a qualcuno: sentite la superficie, e la pressione sulla vostra mano;
Accarezzare un gatto o un cane;
Toccare:
la corteccia di un albero
neve appena caduta
sabbia
l’acqua di una cascata
una piuma

Non è raro che la nostra attenzione sfugga al controllo e si lasci dominare da stimoli esterni o interni di ogni genere. Eppure la disciplina di questa facoltà – saperla dirigere, concentrare, ritirare a piacere – è un compito fondamentale. Ritorneremo altre volte su questo tema nel corso del libro; qui basterà far notare come chi è incapace di mettere a fuoco la sua attenzione è facile preda delle varie forze psichiche, sopravvive faticosamente con una facoltà essenziale sviluppata solo a messo, e rinuncia a importanti vantaggi.

Evocazione olfattiva

Immaginate di annusare:
Un fiore
Aria di pura montagna in una foresta di pini
Legno che brucia
Il mare
Pane che esce dal forno
E ora passiamo all’evocazione di sensazioni corporee e di movimento: nei seguenti brevi esercizi, cercate di evocare vividamente le sensazioni dei muscoli e in generale di tutto il corpo che si muove.

Evocazione cinestetica

Immaginate di:
Camminare lungo una spiaggia
Guidare l’auto (percepite con precisione ogni gesto che fate nel girare il volante, premere i pedali, ecc.)
Nuotare, giocare a tennis o a pallacanestro, o praticare qualche altro sport
Tagliare il legno con l’accetta

Evocazione del gusto

Percepite immaginativamente il gusto di:
Una banana
Mandorle
Panna montata
Un piatto a vostra scelta
Come vi sentite mentre fate questi esercizi? E’ essenziale non essere tesi. Un maestro di scherma soleva dire: “Tenete il fioretto come se teneste un uccello: non troppo stretto, altrimenti l’uccello muore; non troppo molle, altrimenti l’uccello vola via.” Lo stesso vale per quanto riguarda l’attenzione: bisogna trovare il giusto mezzo fra la tensione e l’eccessivo rilassamento e distrazione.
L’evocazione di suoni immaginari è per alcuni meno facile di altre; eppure, come le altre, aumenta l’acutezza e l’intensità delle nostre percezioni nella vita di ogni giorno.

Evocazione uditiva

Ascoltate questi suoni immaginari:
Una voce che vi chiama
Il rumore del traffico
Il suono della pioggia
Persone a una festa
Qualcuno che cammina piano piano, nel buio
Il fruscio di foglie nel vento
Bambini che giocano
Onde che si abbattono sulla riva
Una porta che cigola
Il suono di un gong, che a poco poco finisce nel silenzio.
Disegno Libero

Prendete alcune matite colorate e dei fogli da disegno. Prima di incominciare a disegnare, interponete qualche momento di calma e di rilassamento fra la vostra attività precedente e ciò che state per fare. Poi permettete alla vostra mano di disegnare liberamente, e state a vedere che cosa salta fuori sulla carta.
Lasciate che la vostra mano disegni qualsiasi cosa voglia disegnare, astratta o concreta che sia. Lasciate che il tono emotivo di ciò che emerge sia quello che è, anche se non coincide con l’immagine attuale che avete di voi stessi. E mentre disegnate, lasciate che i movimenti della mano si sviluppino spontaneamente: possono essere fluidi o a strattoni, veloci o lenti, ecc.

Quando sentite di aver finito, studiate il vostro disegno ha ancora bisogno di qualche ritocco finale? In tal caso completatelo come volete.

Qual è il suo stile? È infantile, elaborato, nervoso, meccanico, ecc.?

Come abbiamo usato i colori? Vi è assenza o presenza di colore, contrasto e armonia, toni chiari o scuri, ecc.

Com’è rappresentato lo spazio? E’ affollato, vuoto, oppressivo, impersonale, intimo, occupato irregolarmente?

Il disegno è statico o dinamico? C’è movimento, è fluido, impedito, violento e via dicendo?
In che relazione sono gli elementi rappresentati? Sono in contraddizione o isolati, danzano assieme oppure si stanno separando?

Qual è l’atmosfera generale? Triste, gioiosa, agitata, serena, ecc.

A mano a mano che osserviamo il disegno può darsi che i suoi colori, le sue forme, o alcuni suoi dettagli suscitino in noi una sfumatura emotiva, un ricordo, un’intuizione. Dopo un po’ giriamo il foglio e scriviamo sul retro ciò che ci è venuto in mente. Insomma, dopo aver trasformato in forme visibili le nostre energie interne tentiamo di trasformare queste forme visibili in comprensione e in parole.

Riconoscere le subpersonalità

Scegliete un vostro tratto o atteggiamento che vi sembra piuttosto importante.

Ora, a occhi chiusi, diventate consapevoli di questa parte di voi stessi. Poi lasciate emergere un’immagine che la rappresenti: può essere una donna, un uomo, un animale, un folletto, un oggetto, voi stessi mascherati, un mostro, o qualsiasi altra cosa o personaggio vi venga in mente. Non sforzatevi di formare deliberatamente l’immagine, ma lasciate invece che questa venga da sé.

Non appena l’immagine ha preso forma, datele il tempo di rivelarsi a voi; lasciate che cambi, se tende a cambiare spontaneamente, e datele anche la possibilità di mostrarvi altri suoi aspetti. Entrate in contatto con l’atmosfera che emana da lei.

Ora lasciate che questa immagine si esprima per quello che è. Datele spazio per fare questo: lasciate che parli di sé stessa, delle sue abitudini, e dei suoi bisogni. Poi parlate anche voi, se volete, e fatele delle domande (anche se questa immagine è un oggetto, può dialogare con voi: nel mondo dell’immaginazione tutto è possibile).

Ora, date un nome a questa sub personalità, un nome qualsiasi che le si adatti e che vi aiuti a identificarla in seguito: la vittima, l’artista, il cane da guardia, lo scettico, l’insicuro, il polipo, il brontolone, il marinaio ubriaco, il romantico, il pagliaccio, “te l’avevo detto”, e così via. Ci sono infinite possibilità, e ci si può veramente sbizzarrire. Infine, scrivete tutto quello che vi viene in mente riguardo a questa sub personalità: le sue caratteristiche, le sue abitudini, le sue peculiarità.

Dopo aver identificato e descritto esaurientemente una sub personalità, potete proseguire ed esaminare le altre. Ma andateci adagio, e lavorate a fondo su ognuna. Per continuare la ricerca basta semplicemente che voi scegliate altri vostri tratti, atteggiamenti o motivazioni e che poi per ognuno seguiate gli stadi dal n.1 al n. 5.

Potete anche scoprire altre sub personalità facendo un inventario delle varie maniere in cui guardate alla vita, o considerando il vostro comportamento in varie situazioni, o ancora passando in rassegna i vostri vari stili di essere.

Evoluzione delle sub personalità 

Scegliete una sub personalità con cui vi siete già familiarizzati. Immaginate di essere con lei in una vallata. Assieme, osservate l’ambiente circostante; vedete l’erba, i fiori, gli alberi, e una montagna; inoltre prendete un po’ di tempo per diventare coscienti con l’immaginazione dei suoni della natura attorno a voi: il cinguettio degli uccelli, il fruscio delle foglie, e così via.

Ora incominciate a salire sulla montagna assieme alla vostra sub personalità. A mano a mano che salite, immaginate di vedere ogni sorta di paesaggio, e intanto continuate ad arrampicarvi fra roccia e foreste, a camminare su ampi prati o vicino a precipizi.

Sentite l’elevazione, respirate un’aria sempre più pura ed energizzante, e ascoltate il silenzio delle cime. Durante tutta quanta la scalata, tenetevi in contatto con la vostra sub personalità. Può darsi che essa subisca delle trasformazioni di vario genere, per esempio nell’atteggiamento, nell’espressione del volto o dell’abbigliamento, può anche diventare qualcosa di completamente diverso.

Quando raggiungete la cima, immaginate che la luce del sole splenda su di voi e riveli la vera essenza della vostra sub personalità. Ancora una volta, può darsi che assistiate a una trasformazione. A questo punto, lasciate che la sub personalità si esprima liberamente e comunichi con voi.

E’ possibile, naturalmente, che non avvenga alcuna trasformazione a un primo tentativo con questo esercizio. La sub personalità può addirittura degenerare. Ciò succede soprattutto se non è stata capita e d accettata per ciò che è, con tutti i suoi bisogni e limitazioni. Finchè giudichiamo negativamente o rifiutiamo una sub personalità ne impediamo lo sviluppo.

Identificazione col sé 

Diventate coscienti del vostro corpo. Per un po’ di tempo, osservate in maniera neutrale, e senza cercare di cambiarle, alcune delle sensazioni fisiche di cui siete coscienti. Siete consapevoli, per esempio, del contatto del vostro corpo con la sedia su cui siete seduti, dei vostri piedi sul pavimento, dei vostri vestiti sulla pelle, e così via. Diventate coscienti del vostro respiro e delle varie altre vostre sensazioni corporee del momento. Quando vi pare di aver esplorato a sufficienza le vostre sensazioni fisiche, lasciatele e procedete allo studio seguente.

Diventate coscienti delle vostre emozioni. In che stato emotivo vi trovate questo momento? E quali sono gli stati d’animo ricorrenti nella vostra vita attuale? Passate in rassegna tanto gli stati d’animo apparentemente positivi come quelli apparentemente negativi: amore e irritazione, gelosia e tenerezza, depressione ed euforia. Non giudicate. Guardate semplicemente ai vostri stati d’animo con l’atteggiamento di uno scienziato che descrive un fatto naturale, o di un giornalista che fa un resoconto oggettivo di un evento qualsiasi.

Rivolgete ora la vostra attenzione ai vostri desideri. Adottando lo stesso atteggiamento imparziale di prima, date un’occhiata ai desideri principali che motivano la vostra vita. Spesso vi ci identificate; ora, invece, li potete osservare uno a fianco all’altro.

Osservate il mondo dei vostri pensieri. Non appena vi viene un pensiero osservatelo finchè non ne viene un altro e poi un altro e poi un altro ancora; se a un certo punto pensaste di non stare pensando a nulla, rendetevi conto che anche questo è un pensiero; osservate il flusso dei pensieri a mano a mano che vi scorre davanti: ricordi, opinioni, idee senza senso, discussioni immaginarie, recriminazioni, fantasticherie, ecc. Continuate per un paio di minuti, poi lasciate perdere anche questo livello.

L’osservatore non coincide con ciò che osserva. Chi è che ha osservato tutti questi livelli? E’ il sé. Il sé non è un’immagine o un pensiero: è la vostra essenza, che ha osservato tutti questi livelli e se ne può distinguere. Dite dentro di voi: “Io sono il sé, un centro di pura autocoscienza”.
Per qualche momento, cercate di percepire questa realtà.

Riflessione sulla volontà
Prendete in considerazione la vostra volontà: succede a volte chesi pieghi alla volontà di altre persone?
Sia sopraffatta dalle vostre emozioni, come per esempio dalla depressione, dalla rabbia o dalla paura?
Sia paralizzata dall’inerzia?
O addormentata dall’abitudine?
O disintegrata dalle distrazioni?
O corrosa dai dubbi?

Vi pare, in generale di decidere di fare ciò che volete davvero fare, oppure prevale qualche altro fattore? Considerate ogni punto, poi scrivete le vostre considerazioni.
La scoperta della volontà, in fondo, è un esperienza elementare. Per facilitarla si può incominciare nella maniera più semplice: è possibile scoprire e intensificare la volontà usandola; e se teniamo presente che ogni momento ci offre un’opportunità in questo senso, la vita diventa un laboratorio per sperimentare e sviluppare la volontà. I modi di farlo sono molti. Eccone alcuni:

La volontà in azione

Fate qualcosa che non avete mai fatto
Concepite un progetto di qualche genere, poi eseguitelo.
Continuate a fare ciò che state facendo per altri cinque minuti, anche se siete stanchi o se vi sentite inquieti o vi è venuta voglia di fare qualcos’altro.
Dire di no quando è giusto dire di no, ma più facile dire di sì.
Di fronte a una scelta di poca importanza, decidete immediatamente, lasciando da parte qualsiasi esitazione.
Fate un atto di coraggio
Agite contrariamente a ogni aspettativa
Pensate ad un atto di volontà e poi esegui telo
Comportatevi indipendentemente da ciò che gli altri possono dire o pensare
Fate qualcosa molto lentamente
Non dite qualcosa che avete la tentazione di dire, oppure dite qualcosa che è difficile ma giusto dire
Eliminate qualcosa di superfluo dalla vostra vita
Posponete un’azione che preferireste intraprendere subito
Incominciate subito un’azione che, per paura o pigrizia, preferireste posporre
Fate un qualsiasi esercizio di psicosintesi una volta al giorno per un mese, anche se vi sembra inutile.
Fate qualcosa di cui avete un po’ paura

Scopo

Pensate a quali sono gli scopi principali della vostra vita di ora. Scrivete una lista di vari obbiettivi che vi vengono in mente, astratti e concreti, difficili e facili, lontani e vicini; questi obbiettivi possono andare dall’autorealizzazione a ridipingere il garage, dallo sviluppare una migliore relazione con una data persona all’apprendimento di una nuova lingua. 

Qualsiasi scelta va bene ammesso che 
a) sia importante per voi, e
b) sia un vero scopo e non solo una possibilità pensata a caso, una speranza impossibile o un’autoimposizione.
Ora scegliete ciò che in questo momento vi sembra l’obbiettivo più importante della vostra lista.

Chiudete gli occhi e lasciate che emerga spontaneamente un’immagine che simboleggi questo scopo per voi. Può essere l’immagine di assolutamente qualsiasi cosa: un oggetto naturale, un animale, una persona, ecc.

Sempre con gli occhi chiusi, immaginate che davanti a voi ci sia una lunga strada diritta e sgombra, che arriva direttamente in cima a una collina. Sulla cima potete scorgere, da lontano, l’immagine che avete scelto per simboleggiare il vostro obbiettivo

Da entrambi i lati della strada potete vedere e sentire la presenza di esseri di vario tipo che tenteranno di distogliervi dal vostro cammino e impedirvi di raggiungere la cima. Questi essere possono fare assolutamente qualsiasi cosa vogliono, eccetto una: non possono ostruire il vostro cammino, che rimane sempre sgombro davanti a voi. Queste entità rappresentano un po’ di tutto: situazioni varie, persone, obbiettivi secondari, e stati d’animo; esse dispongono di un gran numero di strategie volte a distogliervi da ciò che vi siete proposti: cercheranno di scoraggiarvi o sedurvi, di spaventarvi o ipnotizzarvi; vi forniranno magari degli alibi per non proseguire; cercheranno di intimidirvi o farvi sentire in colpa, ecc.

Voi procedete sul cammino. Prendete un po’ di tempo per studiare la strategia di ciascuna entità, e per sentire l’influsso che ha su di voi; potete, volendo, avere un dialogo immaginario con questa entità, ma poi proseguite, e facendo questo, sentite la vostra volontà all’opera.

Raggiunta la cima, vi concentrate sull’immagine che simboleggia il vostro obbiettivo, e cercate di capire che cosa questa immagine significa per voi, che cosa ha da comunicarvi ora.

Ora aprite gli occhi, e se lo ritenete opportuno, prendete qualche appunto sul vostro scopo e anche sulle forze che hanno cercato di impedirvi di proseguire.

Riflessione sull’aggressività

Che forma prende in voi l’energia aggressiva?

Pensate alle maniere in cui la utilizzate; pensate a quali sono i vostri canali preferiti e le vostre modalità abituali: siete diretti o indiretti? Esprimete o reprimete l’energia aggressiva? Qual è il vostro atteggiamento nei suoi confronti: la temete, la disprezzate, ne godete, la accumulate? O, forse, non la sentite per nulla? Potete notare dei temi e degli stili specifici? E delle situazioni o delle persone che in particolare tendono a stimolarli? Scrivete tutto ciò che vi viene in mente a questo proposito.

Trasformazione dell’energia aggressiva

Scegliete un progetto o un’attività a cui volete dare più attenzione o energia.

Ora lasciate temporaneamente da parte il pensiero di questo progetto e mettetevi in contatto con la vostra aggressività (qualsiasi forma abbia ora per voi: risentimento, rabbia, irritazione, ecc.). Percepitene il vigore, l’effetto che ha sul vostro corpo e forse anche il male che vi sta facendo. Datele spazio, per così dire, osservatela senza interpretarla e senza etichettarla immediatamente.

Ora rendetevi conto che queste emozioni aggressive sono energia a vostra disposizione, un’energia che è preziosa e che può essere impiegata in vari modi, anziché semplicemente essere accumulata dentro di voi. Ora può farvi male, ma può anche diventare la forza propulsiva del progetto o dell’attività che avete scelto.
Adesso immaginate vividamente di trovarvi coinvolti nel progetto da voi scelto. Visualizzate in dettaglio quest’attività, e immaginate di alimentarla con quell’energia che era prima assorbita dalla situazione aggressiva.

Direzione dell’energia 

Visualizzate un triangolo giallo. Lasciate che prenda forma sullo sfondo di uno schermo bianco. (Può darsi benissimo che non riusciate a mantenere stabilmente l’immagine, o che i contorni o il colore scompaiano e ricompaiano: va bene così).

Immaginate un triangolo rosso a lato del primo. Tenete entrambi i triangoli nel vostro campo visivo.
Ora incominciate a spostare l’attenzione da un triangolo all’altro. Prima concentratevi esclusivamente su quello giallo. Poi spostate la vostra attenzione al triangolo rosso, e concentratevi unicamente su quello. Ora spostate l’attenzione varie volte da un triangolo all’altro e diventate coscienti della vostra capacità di operare sostituzioni intenzionali.

Ora che vi siete familiarizzati con questa operazione psichica, immaginate, anziché due triangoli, due situazioni diverse, una piacevole e l’altra spiacevole. Prima pensate alla situazione spiacevole, percepitela nei dettagli, immaginatevici totalmente dentro. Poi spostate la vostra attenzione alla situazione piacevole e vivetela nuovamente in prima persona. Infine spostate rapidamente e varie volte la vostra attenzione dall’una all’altra situazione.

Potete fare questo esperimento di sostituzione con il mondo interno e quello esterno, con l’inconscio inferiore e quello superiore, cc. Potete spostare la vostra attenzione d qualsiasi punto nell’universo a qualsiasi altro punto. Vi percepite insomma al centro, con la capacità di dirigere l’attenzione dove volete.

Accettazione

Pensate a qualcosa che vi rende contenti. Può essere la presenza della persona a cui volete bene, una vostra dote, un senso di benessere e salute fisica la bellezza di un fiore, e così via. Immaginate vividamente questa situazione, apprezzatela, pensate a ciò che vi dà a tutti i livelli.

Ora pensate a qualcuno o qualche cosa che preferireste non esistesse. Anche in questo caso osservate attentamente le vostre reazioni. Notatele a mano a mano che emergono, senza cercare di fermarle. Osservate la vostra strategia abituale di non accettazione: siate coscienti di come essa opera al livello del vostro corpo, delle vostre emozioni e della vostra mente.

Ora supponete che la vita stia comunicando con voi a mezzo di un codice composto di situazioni e di eventi. Qual è il messaggio contenuto nella situazione o nell’evento che avete scelto? A mano a mano che riflettete su questo punto, scrivete ciò che vi viene in mente.

Ora ritornate a ciò per cui provate contentezza e gratitudine. Immaginate tutto quanto vividamente ancora una volta, lasciate che si sviluppi in voi l’apprezzamento, e siate coscienti di come facile accettare questa situazione.

Portando con voi l’atmosfera di accettazione che avete appena evocato, ritornate ora alla situazione spiacevole, riconoscendone la temporanea inevitabilità. E ora assumente, se ci riuscite, e se lo volete, un atteggiamento deliberato di accettazione.

Il Faro

Immaginate di essere su una piccola nave in alto mare, di notte. C’è una tempesta, e la pioggia batte sul ponte. Sulla nave si balla paurosamente. Potete sentire il freddo del vento e la pioggia che vi batte in faccia, e percepite immaginativamente anche la stanchezza dei muscoli e la difficoltà di lottare col timone. Vi sentite persi e in balia delle onde. Ora, in lontananza, potete vedere un punto di luce, che viene da un faro. Questa luce diventa per voi un punto di riferimenti che accogliete con fiducia e sollievo. Ora sapete in che direzione andare. 

Vi concentrate sul faro e ne visualizzate la luce che irradia in tutte le direzioni, per aiutare persone che hanno perso l’orientamento, per guidare tutti coloro che ne hanno bisogno. LA tempesta continua ad imperversare, il vento ulula, cade la pioggia, la notte è molto scura. Ma il faro è solido e luminoso . Ora vi concentrate sul faro. Ne percepite la stabilità e la luce. Vedete ondate sempre più potente abbattersi minacciosamente sullo scoglio dove si trova il faro, e sul faro stesso, che però rimane immobile e luminoso nella notte. Continuando a visualizzarlo, assimilate la solidità e la forza che il faro rappresenta, sentite dentro di voi un punto di riferimento indistruttibile.

La Crisalide

Immaginate un bruco. Potete osservarlo mentre striscia sull’albero sul quale vive. Attaccandosi a un ramo dell’albero, il bruco comincia a formare un bozzolo. Gradualmente si avviluppa di fili d’oro fino a che non completamente nascosto alla vostra vista. Osservate il bozzolo. Ora immaginate di trovarvici dentro. Circondati dalla sofficità della seta, riposate nel calore dell’oscurità. Siete solo vagamente coscienti, cosicchè non vi rendete conto chiaramente di ciò che sta capitando, ma in questa quiete apparente sentite che è all’opera un’intelligenza misteriosa. Finalmente il bozzolo si apre, e attraverso uno spiraglio penetra un raggio di luce. 

Non appena ve ne sentite toccati provate un improvviso aumento di vitalità, e vi rendete conto che potete disfarvi del bozzolo: scoprite che col bozzolo voi vi sbarazzate anche dei vostri sostegni e delle vostre difese. Siete ora più liberi di quanto non abbiate mai sognato essere: immaginate di essere una farfalla multicolore. Vi rendete conto ben presto che i vostri confini si sono immensamente allargati, e che ora potete volare. Vi trovate in una dimensione completamente nuova di colori, di suoni, di spazio aperto. Mentre volate vi sentite sostenuti dall’aria, immaginate di planare piacevolmente e poi di volare nuovamente verso l’alto. Sotto di voi potete vedere un immenso prato pieno di fiori di ogni tipo e colore. Vi posate su un fiore, poi su un altro, poi su un altro ancora. Percepite ogni fiore come un essere diverso, con il suo colore e il suo profumo e la sua atmosfera caratteristica. Prendete un po’ di tempo per percepire appieno i vari aspetti della vostra libertà e leggerezza.

La Nave

Immaginate una grande nave all’inizio del suo viaggio: il vento la spinge verso il mare aperto. Visualizzate vividamente la nave con le vele che si gonfiano al vento, la sua prua che taglia le onde. Immaginate la forza propulsiva del vento,e ascoltate il suono delle onde mentre la nave si dirige verso l’ignoto. Ora immaginate di essere sulla nave. Siete al timone e di fronte a voi avete il mare aperto. L’acqua scintilla alla luce del sole e voi potete appena distinguere dove mare e cielo si fondono all’orizzonte. Potete sentire l’odore del mare e il vento che vi batte sulla faccia. Percepite inoltre la superficie legnosa del timone nelle vostre mani. Girate il timone ora verso destra, ora verso sinistra, coscienti del controllo che avete sulla nave. Ora vi concentrate sulla facoltà che avete di dirigere la nave in qualsivoglia direzione voi vogliate. E’ una padronanza priva di sforzo, in cui ogni decisione si trasforma immediatamente in azione. Diventate consapevoli di questa padronanza. E infine lasciate che l’immagine scompaia.

Il Cielo

Immaginate di essere sdraiati sull’erba durante un pomeriggio d’estate. Sentite la morbidezza dell’erba sotto di voi. Stando sdraiati sulla schiena, guardate il cielo, di un azzurro profondo limpido e incontaminato. Ora vedete una farfalla che attraversa il vostro campo visivo. Ne potete notare colori e la leggerezza. Poi la vedete scomparire. Ora vedete, sullo sfondo del cielo, un’aquila in volo. Seguendola cogli occhi, penetrate le profondità azzurre del cielo. Continuando a guardare il cielo, proiettate il vostro sguardo ancora più in altro. Potete vedere passare una piccola nuvola bianca, molto alta e lontana. Poi la guardate mentre si dissolve. E ora non c’è altro che cielo senza limiti. Ora diventate questo cielo: immateriale, senza tempo, infinito. Sentite di non avere limiti, di essere dappertutto, di raggiungere e pervadere ogni cosa.

La Quercia

Immaginate una quercia secolare che si erge solitaria in mezzo a un campo. Ne cogliete dapprima i particolari: vedete le radici spuntare dal terreno, ma soprattutto la immaginate dentro la terra, che penetrano profondamente in mille direzioni; vedete il tronco; poi vedete i rami che si dipartono in tutti i sensi e si suddividono in frasche sempre più esili, sempre più lontane dal tronco; ne vedete le innumerevoli foglie che tremano al vento. Poi vedete le quercia nel suo insieme o ne traete un’impressione di forza e solidità, di persistenza. 

Quest’albero secolare ha visto moltissime stagioni, è stato esposto a venti e tempeste, al freddo e al caldo. E nel corso di innumerevoli cicli è cresciuto, lento ma sicuro. E ora immaginate di essere la quercia. Incominciate dapprima a sentire le vostre radici, radici che si sprofondano nel suolo in tutte le direzioni. Sentite tutto il significato di questo essere radicali: la stabilità e la sicurezza che vi dà, il nutrimento che ne traete, il rapporto organico che avete col suolo. Poi diventate coscienti del tronco, attraverso cui scorre la linfa vitale diretta a nutrire ogni parte dell’albero. Sentite questo fluire di energie vitali, incessante e senza sforzo. Poi percepite il dividersi in innumerevoli rami e ramoscelli; vi sentite insomma in relazione all’elemento aria, allo spazio, e lo penetrate in tutte le direzioni. 

Sentite anche le foglie che si muovono sui vostri rami, infinite foglie, alcune più vicine al suolo, altre nella chioma dell’albero, altre sulla sommità, così in altro da essere vicine al cielo che alle radici e al suolo da cui peraltro traggono sostentamento. Infine vi identificate con l’albero come totalità, sentite la sua relazione organica con tutti gli elementi, la circolazione vitale delle energia, la forza che trae dal suolo in cui è radicato.

Il Fiume

Vi trovate in un vasto spazio, in mezzo alla natura. Attorno a voi c’è molta vegetazione e in lontananza potete vedere le montagne. E’ caldo, e voi state camminando da molto tempo. E’ stato un viaggio lungo e faticoso, il vostro, pieno di sforzi, di sorprese e di avventure. E’ stato un viaggio alla ricerca di qualcosa a cui possiate abbandonarci totalmente, pur se ancora non sapete bene di cosa si tratti. D’un tratto, sentite il suono di un fiume che scorre. E’ un suono armonioso, piacevole. Voi lo ascoltate, ed è come se esso vi parlasse, è come se la sua musica vi comunicasse delle verità inesprimibili ed entrasse in voi con il suo potere benefico. Per un po’ state ad ascoltare, poi vi incamminate verso il fiume, e ben presto lo trovate. Si tratta di un fiume largo e limpidissimo. 

Voi guardate il suo scorrere incessante e continuo. Sentite che c’è in questo fiume una saggezza, quell’intelligenza impersonale straordinaria e incomprensibile che si può scorgere in tutti i processi naturali. Poi decidete di tuffarvi nel fiume: vi spogliate e senza troppo pensare ci saltate dentro. E una volta che siete nel mezzo di questo flusso vi ci abbandonate: sentite l’acqua, fresca, pulita e scintillante che bagna piacevolmente il vostro corpo, che lo trasporta senza sforzo, che quasi ne modella i muscoli, i quali dapprima forse un po’ tesi, a poco a poco si rilassano e si lasciano andare completamente alla corrente. Sentite un profondo cambiamento in voi: fino a poco tempo prima sentivate il peso del dover decidere, del dover fare: ora è il fiume che decide per voi e vi trasporta inesorabilmente. E voi sentite di lasciarvi andare con fiducia a un processo più grande, più saggio, più potente si voi; di questo ampio flusso, voi non ne percepite che una piccola parte. Ma sapete di potervici abbandonare in maniera totale.

Il Fuoco

Immaginate un fuoco. Tenete questa immagine davanti a voi per un po’ di tempo, visualizzate la fiamma, immaginandone la danza, il divenire continuo, la luce, la forma sempre più mutevole; e sentendone il calore. . Ora identificatevi con questa fiamma. Immaginate di essere fiamma, di ardere. Percepite chiaramente la purezza di questo fuoco, la trasformazione che avviene mentre esso brucia, e sentire che in questo bruciare avviene in voi una benefica alchimia, che anche dentro di voi qualcosa brucia, si consuma e si trasforma in qualcos’altro. Immaginate che il calore di questa fiamma sia il vostro calore, che la luce sia la vostra luce. Percepite immaginativamente il movimento libero e mutevole di questa fiamma, e sentitelo come vostro.

Il Sole

Siete sulla spiaggia all’alba, il mare quasi non si muove, e le stelle più luminose svaniscono una dopo l’altra. Sentite la freschezza e la purezza dell’aria. Osservate l’acqua, le stelle, il cielo ancora scuro. Ora ascoltate il silenzio prima del levar del sole; è una quiete pregna di infinite possibilità. Lentamente, l’oscurità scompare e i colori cambiano. Il cielo sopra l’orizzonte diventa rosso, poi d’oro. Poi sorge il sole, e i suoi primi raggi vi raggiungono. Potete vederlo mentre si alza lentamente. 

Quando metà del disco solare è visibile e l’altra metà ancora sotto l’orizzonte, vedete che i suoi riflessi sull’acqua creano un sentiero di luce dorato e scintillante, che porta da dove siete voi fino al cuore del sole. La temperatura dell’acqua è piacevole, e voi decidete di entrare. Lentamente, incominciate a nuotare in quella radiosità: sentite questa acqua di luce che tocca il vostro corpo. Vi percepite a galleggiare senza sforzo e muovervi piacevolmente nel mare. Più nuotate verso il sole, e più si accresce la luce attorno a voi. Vi sentite avviluppati da questa luce benefica, che vi permea completamente. Infine, immaginate che il vostro corpo è a bagno nella vitalità luminosa del sole; la vostra natura emotiva è pervasa dal suo calore, la vostra mente è illuminata dalla sua luce.

Il Suono 

Immaginate di essere sdraiati sul’erba di un prato circondato da colline. Sentite la morbidezza dell’erba sotto il vostro corpo, e il profumo dei fiori tutt’intorno a voi. Inoltre potete vedere sopra di voi un bel cielo azzurro. Vicino a voi c’è una piccola chiesa di campagna. Ha una campana che potete sentir suonare. Il suo suono ha qualcosa di molto puro. E’ il vostro suono, capace in voi di evocare la gioia. Ora sentite nuovamente il suono della campana. Questa volta è più forte. Il suono è più vicino ora, e lo potete ascoltare mentre vibra dentro di voi. Vi accorgete che stimola le vostre potenzialità latenti. Poi lo ascoltate fino a che non scompare gradualmente, e siete consapevoli del momento in cui il suono finisce e incomincia il silenzio.

La Freccia

Immaginate di avere in mano un arco e delle frecce. Sentite i piedi solidamente in contatto colla terra. Poi impugnate l’arco con una mano, e la corda con la freccia incoccata coll’altra mano. Sentite i muscoli delle braccia che si flettono mentre piegate l’arco. Poi vedete chiaramente di fronte a voi il bersaglio, e puntate la freccia nella sua direzione. L’arco ora è piegato al massimo, la freccia è puntata con precisione. Sentite quanta energia è accumulata in questa posizione statica. Ora non dovete far altro che lasciar partire la freccia, e questa energia la porta fino al bersaglio. 

Vi rendete conto ci dome questo lasciar andare la tensione fisica liberi energia. Ora la freccia è partita. Ne osservate la traiettoria: nulla esiste per la freccia eccetto il bersaglio, nessun dubbio, nessuna distrazione, nessuna deviazione. Volando perfettamente diritta la freccia colpisce il centro del bersaglio e lì si ferma, vibrando. Con calma e fiducia, lanciate ancora un paio di frecce verso il bersaglio, e percepite la loro potenza risoluta e concentrata.

La Fonte

Immaginate una fonte che sgorga dalla roccia. Ne vedete l’acqua pur scintillare al sole e ne sentite il suono nel silenzio circostante. Siete ora in un luogo dove tutto è più semplice, più puro, più essenziale. Incominciate a bere l’acqua e provate una sensazione che vi pervade e vi fa sentire più leggeri. Ora entrate nella fonte, lasciando che l’acqua scorra su di voi. Immaginate perfino che abbia la capacità di scorrere attraverso il vostro corpo e la vostra psiche. Sentite che quest’acqua vi purifica di tutti i rifiuti psicofisici che tutti noi inevitabilmente accumuliamo giorno dopo giorno: frustrazioni, rimpianti, preoccupazioni, pensieri di tutti i generi. Gradualmente, sentite come la purezza di questa fonte si fa vostra, la sua energia vitalizzante diventa parte di voi. Infine, immaginate di essere la fonte stessa, dove la vita scorre e si rinnova continuamente.

Il Diamante

Immaginate vividamente un diamante. Guardatene tutte le sfumatura luccicanti, integrate perfettamente nell’insieme. Osservate la perfezione di questa forma. Tenete il diamante davanti a voi, e lasciatevi pervadere dalla sua bellezza cristallina. La parola diamante viene dal greco “adamas”, invincibile. Identificandovi con questo diamante, vi sentite in relazione a quella parte di voi che è appunto invincibile, il vostro Sé. 

Il vostro Sé è inattaccabile dalla paura, dall’oscurità, dalle pressioni e dai condizionamenti della vita di ogni giorno. E’ irraggiungibile dalle ombre del passato, dalle preoccupazioni del futuro, dall’avidità e dal risentimento, dalla dittatura del conformismo sociale. E’ la vostra essenza, che brilla in tutte le sue sfaccettature, pur rimanendo un’unica unità. Voi sentite di essere quel sé, e, mentre l’immagine scompare, lasciate che questa percezione del Sé si faccia sempre più viva.

Il Ciclo del Grano

Immaginate un campo non coltivato. In lontananza ci sono le montagne parzialmente coperte dalle nuvole. Ora immaginate un aratro che taglia solchi nella terra. Potete vedere il riflesso del sole sulle lame che rivoltano la terra per prepararla alla semina. Un contadino semina. Voi potete osservare i semi che cadono sulla terra. Poi ne raccogliete uno, e ne intuite le potenzialità nascoste. Vi rendete conto che porta entro di sé il progetto dell’intera pianta. Passa una stagione e le spighe di grano incominciano a farsi vedere attraverso la terra.. 

Le vedete venire alla luce e crescere, verdi e ancora tenere. Poi arriva la pioggia, che cade sul grano e penetra nel suolo. Potete anche vedere le gocce d’acqua sulle spighe. Dopo la pioggia viene il sole. Immaginate le nuvole che si aprono e che rivelano il cielo e i raggi del sole. Sentite la potente energia del sole che stimola la nascita del grano. Ora è una calda giornata di estate. Il sole splende, il cielo è di un azzurro profondo, e il grano ondeggia nel vento leggero. In mezzo al grano dorato potete vedere anche, qua e là, qualche papavero. Immaginate tutto ciò in dettaglio. Toccate i papaveri e le spighe. Sentite la gioia della completa maturazione. Al culmine della sua bellezza il grano è raccolto per essere trasformato in farina e poi in pane. 

Ora immaginate due mani che preparano la pasta, ne fanno pagnotte, e lo mettono nel forno. La porta del forno viene chiusa e il pane è lasciato a cuocere. Immaginate la pagnotta che è tolta dal forno e vi viene data. Sentitene il calore nelle mani. Il sole, il cielo la pioggia e il suolo; il lavoro di quanti hanno arato il suolo e coltivato il grano e di chi ha cotto il pane, sono tutti concentrati nella pagnotta che tenete in mano. Rompete il pane e lo mangiate, e ne sentite la consistenza e il sapore.

La Villa

Immaginate un giardino abbandonato coperto di erbacce, e una villa disabitata e fatiscente. Molte delle finestre sono rotte. Aprite la porta che cigola, entrate e guardate a una a una le camere vuote e polverose. Vedere questa villa abbandonata e il suo giardino lasciato a sé stesso può anche darvi un senso di desolazione e tristezza. Ma voi già pensate che cosa potrebbe diventare se questa casa se voi decideste di restaurarla. Vi guardate attorno e vedete la zona circostante: alberi, un lago e montagne sullo sfondo. E’ venuto il momento di darsi da fare per riparare la villa. Dove ci sono muri cadenti, li riparate con calce e mattoni. Rimpiazzate i cardini arrugginiti. Dove i pavimenti sono marci, li sostituite. Mettete vetri nuovi e nuove tegole sul tetto. 

Togliete le erbacce dal giardino e girate la terra per prepararla alla semina. Quando il suolo è pronto, vi spargete semi di vari fiori. Pulite la casa, scopate i pavimenti e mettete la cera, dipingete i muri dentro e fuori. Mentre innaffiate il giardino notate che stanno già spuntando alcune piante. La casa è pronta per essere ammobiliata. Immaginate tavoli sedie letti tappeti specchi lampadari quadri armadi vasi ornamenti vari, E’ la vostra villa, e la potete arredare come desiderate. Immaginate in dettaglio come ammobiliare ogni stanza. Ora andare nel giardino, e scoprite che i fiori hanno già incominciato a fiorire. Ce ne sono di molte forme e di molti colori: li vedete e ne annusate il profumo. 

Potete sistemare il giardino nella maniera che volete. Poi viene il momento di immettere vita ed energia nella villa. Accendete la luce e verificate che funzioni. C’è della legna che arde nel camino. Badate a che le condutture dell’acqua funzionino in maniera soddisfacente. Mettete del cibo nel frigorifero e fiori nei vasi. Guardate fuori della finestra e vedete il giardino in fiore, e il lago e le montagne sullo sfondo.

La Rosa

Immaginate una pianta di rose: radici, gambo, foglie e, in cima, un bocciolo di rosa. Il bocciolo è ancora chiuso e avviluppato dai sepali. Visualizzate ora chiaramente tutti i dettagli. Ora immaginate i sepali che incominciano a schiudersi e poi a piegarsi all’indietro e a rilevare i petali veri e propri, teneri, delicati, e ancora chiusi. Ora anche i petali cominciano ad aprirsi lentamente. A mano a mano che ciò succede, voi sentite che questa fioritura avviene anche nelle profondità del vostro essere. 

Potete sentire che qualcosa in voi si sta aprendo e sta venendo alla luce. Continuando a visualizzare la luce, sentite che il suo ritmo coincide con il vostro, che il suo aprirsi è il vostro aprirsi. Osservate la osa che si apre all’aria e alla luce si rivela in tutta la sua bellezza. Annusate anche il suo profumo, intenso e gradevole. 

Ora guardate il centro della rosa, dove la sua vitalità è particolarmente intensa, e lasciate che ne emerga un’immagine. 

Quest’immagine rappresenterà per voi ciò che di più bello e di più creativo possa venire alla luce nella vostra vita. Può essere l’immagine di qualsiasi cosa; lasciatela venire spontaneamente, senza sforzarvi e senza pensare. Infine guardate questa immagine, assimilatene l’atmosfera e il significato.

15 ottobre 2011

Albert Einstein about consciousness


A human being is a part of a whole, called by us 'universe',a part limited in time and space.  
He experiences himself, his thoughts and feelings as something separated from the rest... a kind of optical delusion of his consciousness.  
This delusion is a kind of prison for us, restricting us to our personal desires and to affection for a few persons nearest to us.  
Our task must be to free ourselves from this prison by widening our circle of compassion to embrace all living creatures and the whole of nature in its beauty... 

Albert Einstein


Un essere umano è parte di un intero, chiamato da noi 'l'universo', una parte limitata nel tempo e nello spazio.  
Lui esperimenta se stesso, i suoi pensieri ed i sentimenti come qualche cosa di separato dal resto... una specie di inganno ottico della sua coscienza.  
Questo inganno è come una prigione per noi che restringiamo i nostri desideri personali e le affezione per alcune persone più vicine a noi.  
Il nostro compito deve essere liberarci da questa prigione allargando il nostro cerchio di compassione per abbracciare tutte le creature viventi e l'intera natura nella sua bellezza... 

Albert Einstein

14 ottobre 2011

Wherever you go

Wherever you go, 
your mind will go with you. 

Your knowledge will go with you, 
your prejudices will go with you, 
your scriptures will go with you. 

Your idea 
that you are a Christian 
or a Hindu or a Mohammedan 
will go with you. 

 So what are you renouncing?




Early years



DECEMBER 11, 1931 


Osho is born in Kuchwada, a small village in the state of Madhya Pradesh, central India, where His maternal grandparents live.

1932-1939, KUCHWADA 

Following the death of his paternal grandmother, the care of her youngest children and of the family business falls to Osho's young parents. Osho goes to live with his maternal grandparents, who proved for him an extraordinary atmosphere of freedom and respect.

According to his own accounts, and the accounts of others, who knew him during his childhood, he was a daredevil and mischief-maker, never missing an opportunity to test his own physical limits and to challenge self-importance or hypocrisy wherever he found it. He was a rebellious and independent spirit, insisting on experiencing the truth rather than acquiring knowledge and beliefs given by others.1938-1951, GADARWADA 

After the death of his maternal grandfather, Osho and his grandmother both move to Gadarwada, the town where his parents live. There he is enrolled in school for the first time. Here he was creating mischief and challenging his teachers, Osho continues the adventurous and often solitary approach to life that characterized his first years with his grandparents.

In 1945, at the age of fourteen, he undertakes a seven-day experiment, waiting for death, provoked in part by an unusual prediction by an astrologer who was commissioned to calculate his birth chart. (My mother's father used to tell me that when I was born he consulted one of the best known astrologers of those days. The astrologer was to make my birth chart, but he studied it and he said, "If this child survives after seven years, only then will I make the chart. It seems impossible that he can survive for more than seven years, so if the child is going to die it is useless to make the chart; it will be of no use. It is almost certain that this child is going to die at the age of twenty-one. Every seven year he will have to face death." - Osho

So my parents, my family, were always worried about my death. Whenever I would come to the end of a seven-year cycle, they would become afraid. And he was right. At the age seven I survived, but I had a deep experience of death - not of my own, but of the death of my maternal grandfather. And I was so much attached to him that his death appeared to be my own death.

...When I reached the age of fourteen, my family again became disturbed that I would die. I survived, but then I again tried it consciously. I said to them, "If death is going to occur as the astrologer has said, then it is better to be prepared. And why give a chance to death? Why should I not go and meet it halfway? If I am going to die, then it is better to die consciously. - Osho" ... I went to a temple just outside of my village. I arranged with the priest that he should not disturb me. It was a very lonely, unvisited temple - old, in ruins.

No one ever came to it. So I told him, "I will remain in the temple. You just give me something to eat and something to drink once a day, and the whole day I will be lying there waiting for death."

"For seven days I waited. Those seven days became a beautiful experience. Death never came, But on my part I tried in every way to be dead. Strange, weird feelings happened. Many things happened, but the basic note was this-- that if you are feeling you are going to die, you become calm and silent. Nothing creates any worry then, because all worries are concerned with life.

Life is the basis of all worries. When you are going to die anyway one day, why worry? Then again at age of twenty-one, my family was waiting. So I told them, "Why do you go on waiting? Do not wait. Now I am not going to die." Physically, someday I will die, of course. However, this prediction of the astrologer helped me very much because he made me aware very early about death. I could meditate and could accept that it was coming.MARCH 21, 1953, ENLIGHTENMENT The Maulshree tree, under which Osho became Enlightened. 

After His enlightenment at the twenty one, Osho completed His academic studies and spent several years teaching philosophy at the University of Jabalpur. Meanwhile, He traveled throughout India giving talks, challenging orthodox religious leaders in public debate, questioning traditional beliefs, and meeting people from all walks of life. He read extensively, everything He could find to broaden His understanding of the belief systems and psychology of contemporary man.

1951-1956, UNIVERSITY STUDENT 

Osho majors in philosophy and wins numerous awards in debating competitions. He graduates with honors from D.N. Jain College and invited by Professor S. S. Roy to do his postgraduate study at Sagar University.1957-1970, 

PROFESSOR AND PUBLIC SPEAKER 

Osho accepts a position first at Sanskrit College in Raipur and later at the University of Jabalpur, where he teaches philosophy. His unorthodox and challenging approach to teaching draws many students to his classes, regardless of whether they have actually enrolled for credit. As the years pass he begins to spend more and more time away from his teaching duties and begins traveling to public speaking engagements throghout India.

1962, THE FIRST MEDITATION CENTERS 

During his travels and speaking engagements, Osho often conducts guided meditations at end of his talks. The first meditation centers to emerge around his teaching are known as Jivan Jagruti Kendras (Life Awakening Centers), and his movement is called Jivan Jagruti Andolan (Life Awakening Movement).

1962-1964, MEDITATION CAMPS 
In addition to his speaking engagements, Osho begins to hold 3 to 10 days "meditation camps" in the countryside, where he gives daily talks and personally guides the participants in meditation.

JUNE 1964, RANAKPUR MEDITATION CAMP 

Ranakpur Meditation Camp became a landmark in Osho's work because for the first time his discourses and meditations were recorded and published in a book, "Path to Self-Realization", which was widely acclaimed in India. Osho later said that this book contains his whole teaching, which has never altered.

The first maxim is: live in the present. 
The second maxim is: live naturally. 
The third maxim is: live alone.

JUNE 1966, JYOTI SIKHA (LIFE AWAKENING) MAGAZINE 


A quarterly magazine in Hindi is published by Jivan Jagruti Kendra of Bombay, which also becomes the official publisher of books transcribed from Osho's talks.


By this time, he is widely known as "Acharya Rajneesh".



thank you beloved master

5 ottobre 2011

Bardo Thodol

Libro tibetano dei morti

Il Bardo Thodol (tibetano per "liberazione attraverso la liminazione"), meglio noto nei paesi occidentali come Libro tibetano dei morti è un testo funerario.

Il testo tibetano descrive le esperienze che l'anima cosciente vive dopo la morte, o meglio nell'intervallo di tempo che, secondo la cultura buddhista, sta tra la morte e la reincarnazione. Questo intervallo si chiama, in tibetano, bardo. Il libro include anche capitoli riguardanti i simboli di morte, i rituali da intraprendere quando la morte si avvicina, o quando ormai è avvenuta. È il testo universalmente più noto della letteratura tibetana Nyingmapa. La copia originale è conservata presso un monastero buddhista nella città di Darjeeling, India.





Il Bardo Thodol è un libro tibetano che fu scritto nell’ottavo secolo. Esso contiene le istruzioni per il moribondo che gli vengono recitate all’orecchio nel momento del trapasso.

Il libro fu tenuto segreto fino agli inizi del XX secolo, poi nel 1917 fu scoperto da un viaggiatore inglese e tradotto nel 1927 dopo lunghi anni di lavoro. Attualmente se ne trovano edizioni in tutte le lingue, anche in italiano.

Per comprendere il testo bisogna considerare che il Buddismo considera scopo primario dell’uomo raggiungere l’Illuminazione, cioè la piena coscienza dell’irrealtà del mondo sensibile e quindi anche del proprio io.

Nel Buddismo sono sconosciuti i concetti di Dio e di Anima.

Secondo i buddisti tibetani questa credenza è causata dall’ignoranza circa la vera natura dell’esistenza.


Questo intende affermare il buddismo quando dice che il mondo è irreale. Il rimedio a questa ignoranza consiste nel vedere al di là dell’illusione. Per giungere a questo stadio è necessario riconoscere le proprie proiezioni del mondo e dissolvere il senso del sé nel vacuo e nel luminoso.

Il Buddismo ha recepito il concetto induista che durante la vita l’uomo accumula il Karma. Questo Karma è la causa della nascita di un nuovo individuo dopo la morte. Se il Karma è negativo, si può rinascere anche come animale; se il Karma è positivo si può rinascere anche in uno dei tanti stati spirituali superiori all’uomo, ma neanche questo è un fatto positivo, perchè anche questi stati sono soggetti alla legge del Karma.


La recita del Bardo Thodol al morente è un tentativo di fargli raggiungere l’illuminazione mentre si trova nello stato di Bardo, cioè nell’intervallo di tempo che precede una nuova rinascita.

Nella stragrande maggioranza dei casi questo scopo non viene raggiunto, ma, come effetto secondario, si può far ottenere al morente una buona rinascita, come essere umano dotato di quelle qualità intellettuali che potrebbero consentirgli di raggiungere l’illuminazione nella nuova vita.

L’insegnamento fondamentale che il Bardo Thodol da al morente è che tutte le visioni che gli appariranno sono solo proiezioni della sua mente e che quindi egli deve assolutamente evitare di esserne attirato.

E’ doveroso notare che molte di queste visioni coincidono con le descrizioni fatte dalle persone tornate in vita dopo una morte apparente.

Bardo Thodol

Solo a titolo di esempio, qui qualche brano del testo:
“Figlio di nobile famiglia, ora, la cosiddetta morte è giunta ; perciò oraassumerai l’atteggiamento dello stato di mente illuminato, di benevolenzae compassione, e realizzerai l’illuminazione perfetta per il bene ditutti gli esseri. 
Senza abbandonare questo atteggiamento ricorda epratica tutti gli insegnamenti ricevuti in passato. Figlio di nobilefamiglia, ascolta. La pura luminosità della dhàrmata splende ora difronte a te, riconoscila. 
In questo momento il tuo stato mentale è pura,naturale vacuità, non possiede natura propria, né sostanza, né qualità.La tua mente è luminosa e vacua, nella forma di una grande massa di luce,è il buddha della luce immortale. Riconoscilo.”
“Vai avanti pronunciando queste parole con chiarezza, distintamente,comprendendo il loro significato., non dimenticarle perché il puntoessenziale è riconoscere con certezza tutto ciò che appare per quantoterrificante, come tua proiezione… Non avere paura, non smarrirti. 
Questa è la radiosità naturale della tua dhàrmata, riconoscila. 
Figlio di nobile famiglia, Se non avrai compreso questo punto essenzialenon riconoscerai i suoni, la luce e i raggi e continuerai a vagare insamsara. 
Svegliandoti dal tuo torpore ti chiederai che cosa ti sia accaduto :riconosci tutto ciò come stato di bardo.” 
“Figlio di nobile famiglia, ora ti appariranno le quarantadue divinitàsambogakaya, esse appariranno dal tuo cuore, sono le forme dure delle tueproiezioni, riconoscile. 
Queste visioni non provengono da nessun luogo, sono la primordialemanifestazione spontanea della tua mente. 
Figlio di nobile famigliaqueste immagini non sono né grandi né piccole, esse hanno proporzioniperfette. 
Ciascuna ha i suoi propri ornamenti, il proprio abito, colore,posizione, un trono e simboli particolari. Sono suddivise in cinquecoppie, ognuna circondata da un alone di luce di cinque colori. 
L’interomandala apparirà nella sua totalità, e appariranno le divinità maschili efemminili, riconoscile.” 
“Figlio di nobile famiglia , si sono finora presentati sulla pericolosastrada del bardo le divinità pacifiche, non hai riconosciuto leproiezioni della tua mente, il tuo karma negativo è molto forte. 
Oraappariranno le cinquantotto divinità infuriate, fiammeggianti, bevitricidi sangue. Sarai sopraffatto da un’intensa paura e riconoscerle ti saràpiù difficile. 
Ma se arrivi a riconoscerle anche un poco la liberazionesarà facile perché col sorgere di queste terribile paure la mente non hatempo di distrarsi e si concentra a fondo.”

4 ottobre 2011

S. Francesco e Rumi


Oggi è san Francesco d'Assisi, patrono d'Italia, 4 ottobre 2011

San Francesco d'Assisi, nato Francesco Giovanni di Pietro Bernardone (Assisi, 26 settembre 1182 – Assisi, 3 ottobre 1226), è stato un religioso italiano. Fondatore dell'ordine mendicante che da lui poi prese il nome, è venerato come santo dalla Chiesa cattolica. Il 4 ottobre ne viene celebrata la memoria liturgica in tutta la Chiesa cattolica (festa in Italia; solennità per la Famiglia francescana). È stato proclamato, assieme a Santa Caterina da Siena, patrono principale d'Italia il 18 giugno 1939 da papa Pio XII.




S. Francesco e Rumi
di Gabriele Mandel


Un cerchio: lungo il suo perimetro si dispongono le comunità religiose. Da esse partono dei raggi, che si avvicinano al centro, centro che simbolizza Dio. Più i raggi sono vicini al centro, più sono vicini fra di loro. Sono i mistici.

Dice Dio nel Corano: 
Né i cieli né la terra Mi contengono, ma Mi contiene il cuore del Mio fedele.Il cuore, non la mente; poiché infatti possiamo capire Dio con il cuore e con tutti i sentimenti che simbolizziamo con il termine "cuore"; mai con il ragionamento, la ricerca scientifica, la speculazione razionale.
Mistico è colui che aspira ad infrangere i limiti terreni della nostra carne, per giungere a capire sempre più Dio, per sentirlo nella Sua realtà ineffabile e incommensurabile, anche se, in effetti, secondo il Corano (50ª16), Dio è vicino a ciascuno di noi più della sua stessa vena giugulare.
Se facciamo cadere una goccia d’acqua in una coppa d’essenza di rose, questa goccia prende il colore e il profumo dell’essenza di rose. Così è l’anima perduta in Dio, annientata nella Sua infinitezza, colma della fruizione piena della divinità senza più limiti terreni nel più alto grado della sua esperienza religiosa.
Tutte le religioni hanno il loro lato mistico. Due tuttavia si differenziano dalle altre per due punti essenziali: la necessità della Grazia divina, ossia la necessità che sia Dio a chiamare il Suo fedele; e la nozione precisa che il contatto non annulla né la trascendenza assoluta di Dio né l’individualità spirituale dell’anima che purtuttavia da Dio deriva ed è come goccia dell’oceano senza fine che è Dio. 

Queste due religioni sono la cristiana e la musulmana.

E’ ad ogni modo indubbio che agli occhi di un ricercatore storico delle vie mistiche balzano evidenti le analogie che le profondità del pensiero mistico sia cristiano sia musulmano pongono ad ogni piè sospinto. Si potrebbe facilmente tracciare tutta un’antologia di passi paralleli. Il poco tempo a disposizione in una chiacchierata come questa non lo permette, ma l’approfondimento del misticismo islamico è oramai possibile, grazie alla moltitudine di testi musulmani tradotti oggi nelle lingue occidentali, italiano compreso.

Il frate Francesco, grande mistico della cristianità, e il sufi Rûmî, grande mistico dell’Îslâm sono molto vicini a Dio, e pertanto molto vicini fra di loro. Hanno numerosi punti di contatto per ciò che riguarda la loro vita terrena, e molti punti di contatto per ciò che riguarda la loro visione del divino.

Entrambi vissero nel XIII secolo; ciascuno di loro fondò un grande Ordine monastico, entrambi furono luminosi poeti mistici. Anzi: poco mancò che si incontrassero: nel 1216 Rûmî fu a Damietta, ripartendo subito per la Turchia; e san Francesco vi fu tre anni dopo, nel 1219. Nel 1216 Rûmî parlò a Damasco con il grande mistico e teologo musulmano Îbn âl`Arabî; e con Îbn âl`Arabî san Francesco conversò nel 1219, quando si recò in visita dal sultano Malik âlKamil, incontrandosi con i maestri del misticismo islamico, i Sufi.


Un breve accenno allora sui Sufi. Secondo Si Hamza Boubakeur (che fu rettore dell'Università islamica di Parigi, rettore della Moschea di Parigi, discendente diretto del primo califfo, Abu Bakr) "il Sufismo in se stesso non è né una Scuola teologico-giuridica, né uno scisma, né una setta, anche se si pone di sopra da ogni obbedienza. 

E' innanzi tutto un metodo islamico di perfezionamento interiore, d'equilibrio, una fonte di fervore profondamente vissuto e gradualmente ascendente. Lungi dall'essere una innovazione o una via divergente parallela alle pratiche canoniche, è anzitutto una marcia risoluta d'una categoria di anime privilegiate, prese, assetate di Dio mosse dalla scossa della Sua grazia per vivere solo per Lui e grazie a Lui nel quadro della Sua legge meditata, interiorizzata, sperimentata".
Leggiamo due frasi di Seyyd Hossein Nasr, che nella loro essenzialità, ci danno una visione globale della realtà del Sufismo: 
"Per esporre gli insegnamenti del sufismo in modo completo si deve esporre almeno un sommario della dottrina sufi comprendente la metafisica, ossia lo studio del principio e della natura delle cose; la cosmologia riguardante la struttura dell'universo e gli stati molteplici dell'essere; la psicologia tradizionale alla quale è unita una psicoterapia fra le più profonde; e infine l'escatologia, che riguarda lo scopo ultimo dell'uomo e dell'universo, e il divenire postumo dell'uomo. L'esposizione degli insegnamenti sufici dovrebbe inoltre includere una trattazione sui metodi spirituali, sulla loro applicazione e sul modo in cui prendono radici proprio nella sostanza dell'anima del discepolo". 
Bene. San Francesco lo conoscete. Nella mia qualità di vicario generale della Confraternita dei Sufi Jerrahi Halveti vi parlerò allora, brevemente, di Jalâl âlDîn Rûmî.

Nacque a Balkh, nell’attuale Âfghânistân, il 30 settembre 1207. Il padre, sufi, teologo e predicatore di fama, lasciò Balkh nel 1209 con la famiglia, e fece bene. Pochi anni dopo la città venne distrutta dai Mongoli invasori. La famiglia soggiornò in `Irâq, poi in Siria, infine in Turchia dove, a Lâredeh, nel 1225 Rûmî sposò Gevher Banu, figlia di un maestro sufi di Samarcanda. 

Nel 1228 la famiglia venne invitata a Konya dal re selciukide Kaykubad.In questa città Rûmî, alla morte del padre, viene istruito prima dal maestro sufi Tirmidhî, poi da Shams âlDîn Tabrizî. In questa città Rûmî dapprima insegna nella Facoltà di Teologia, poi fonda la Confraternita (o Ordine, tariqa) dei Sufi Mevlevi, detti in Europa i "dervisci giranti".

Il pensiero e il misticismo di questo grande maestro sono conservati in quattro grandi opere: il Mathnawî, il Dîwân-i Shams-i Tabrizî, le Quartine (Rubâ`iyât)e il Fîhi-mâ-fîhi. Il Mathnawî è un grande poema di 25.630 distici, ossia 51.280 versi, suddivisi in sei libri. E’ soprannominato Il Corano in versi per il suo contenuto ascetico. Il Dîwân-i Shams-i Tabrizî è un grande canzoniere che raccoglie 1.081 poesie fra le più belle di tutta l’umanità. Così si può dire per le 1.765 quartine, essenziali, stupende. Il Fîhi-mâ-fîhi è in prosa, e raccoglie alcuni fra i più importanti discorsi, insegnamenti e pensieri del maestro.

Il 17 dicembre 1273 Rûmî diede l’ultimo saluto ai suoi cari, e spirò serenamente. I seguaci chiamano questa notte Seb-i Arus. Sembra che al lutto, durato quaranta giorni, abbiano partecipato anche i cristiani e gli ebrei, officiando le preghiere per i defunti precipue della loro religione. 

Rûmî venne sepolto in un mausoleo eretto nella tekkéMevlevi stessa, mausoleo (il Kubbe-i Hadra: la Cupola verde) ideato dall’architetto Badr âlDîn di Tabrîz, e sempre più decorato e abbellito nel tempo. Il grande cenotafio di legno, capolavoro della scultura selciukide, fu eseguito da Selimoglu Abdülvahid. 

Accanto vi si legge la quartina di Rûmî: "Fratello, se vieni a visitare la mia tomba, non ti dimenticare la tua bara./ Non è giusto addolorarsi per l’unione con Dio./ Dopo la mia morte non cercare la mia tomba sulla terra: /la mia tomba è nel cuore di coloro che sanno."
All’ingresso della sua Abbazia venne messa invece, sempre su sua richiesta, questa sua quartina: "Vieni, vieni, chiunque tu sia vieni: sei un idolatra, un miscredente, un ateo? Vieni. /La nostra non è la casa della disperazione, / e anche se hai tradito cento volte una promessa... vieni!
Per celebrare la morte di Rûmî, i Mevlevi danzano a Konya un Samâ` (in turco: Semâ) rituale la seconda settimana di dicembre. Altamente emblematica, altamente spirituale, questa danza è l’espressione stessa della realtà divina e della realtà fenomenica, in un mondo in cui tutto, per sussistere, deve ruotare come il cuore degli atomi, come i pianeti, come il pensiero. 

Il Semâ simbolizza l’ascesa spirituale, viaggio mistico dall’essere a Dio - in cui l’essere si dissolve - per ritornare poi sulla terra ("prima di compiere il viaggio credevo che le montagne fossero montagne e i mari fossero mari; durante il viaggio scoprii che le montagne non sono montagne e i mari non sono mari; ed ora che sono giunto so che le montagne sono montagne, e i mari sono mari." Dhul Nûn âlMisrî).

Vi partecipano da un lato musici e cantanti, dall’altro il Maestro e i danzatori. La cerimonia, vero e proprio rito religioso, è divisa in sette fasi, e anche in Europa se ne conosce un aspetto, ridotto e abbreviato, presentato talvolta dai Mevlevi di Konya quando vengono invitati da qualche Ente pubblico. 

Anche alcuni gruppi di danzatori non sufi che hanno imparato per imitazione unicamente quella danza e quella musica, la rappresentano ogni tanto in teatri italiani, pur se con differenze notevoli dalla tradizione codificata.

1 ottobre 2011

Il messaggio di Gandhi ai vegetariani


di NICO VALERIO

Il messaggio di Gandhi ai vegetariani: devono avere tolleranza e coerenza morale
mahatma_gandhi
Il 2 ottobre è la data di nascita di Mohandas K. Gandhi, nato il 2 ottobre 1869 a Porbandar (nel Gujarat, India dell’ovest), morto a Nuova Delhi il 30 gennaio 1948 per mano di un fanatico indu. 

Già quando era in vita, il nome di Gandhi era preceduto dall’appellativo di venerazione “Mahatma” (grande anima, in sanscrito), su suggerimento del poeta indiano R. Tagore e del mistico e filosofo Shri Aurobindo.


 In India la sua data di nascita è giorno festivo.

Gandhi è considerato uno dei più grandi uomini dell’epoca moderna. E’ stato filosofo morale, politico e guida spirituale dell’India per molti decenni, teorico della non-violenza (ahimsa), vegetariano, fautore di una vita semplice, al limite dell’ascetismo.

Come vegetariano fa parte della bella lista dei grandi uomini vegetariani, alcuni dei quali suoi contemporanei, come Leone Tolstoi, Albert Einstein, G.B.Shaw e Albert Schweitzer. 
«Le generazioni a venire crederanno a fatica che un individuo in carne e ossa come questo ha camminato su questa terra»  disse di lui con ammirazione lo scienziato Einstein.
Ed è paradossale che il giovane Gandhi provenendo dall’India, allora molto più di oggi vegetariana, solo dopo essersi stabilito a Londra per studiarvi da avvocato (1886) abbia ripreso la tradizione vegetariana di famiglia, che aveva interrotto. 

Merito – racconta lui stesso nella autobiografia La mia vita per la libertà - dei ristoranti vegetariani che già alla fine dell‘800 esistevano nella capitale inglese. Divenne socio della Vegetarian Society.

Come teorico della non-violenza, ebbe grande influenza sui movimenti di liberazione e di opposizione libertaria. Dopo la sua scomparsa, dagli anni 50 in poi, si ispirarono al suo metodo molti esponenti della cultura e della politica, come Martin Luther King, Nelson Mandela, Aldo Capitini, Aung San Suu Kyi ecc.

Ma il giorno dopo l’anniversario gandhiano, il 3 ottobre, bella coincidenza, si celebra la Giornata Mondiale del Vegetarismo. 

I vegetariani, sia moderati (lacto-vegetarian o lacto-ovo-vegetarian,, sia radicali, cioè vegan (solo cereali, legumi, verdure, frutta e semi oleosi), stanno aumentando ovunque, anche in Italia. 


Una circostanza assolutamente positiva, anche se riteniamo molto sovrastimati i dati diffusi dai giornali sulle indagini demoscopiche al riguardo (5 milioni su 60 milioni! Un dato impossibile, che stride con la nostra esperienza quotidiana: conosciamo pochissimi vegetariani).

Come mai? Probabilmente per motivi psicologici e commerciali che stanno dietro il meccanismo stesso dell’inchiesta demoscopica. Esiste, infatti, una diffusa tendenza potenziale, specialmente tra i giovani e le donne, al cibo non-violento, quello cioè che non richiede l’uccisione degli animali. 

Quando ad un giovane già sensibilizzato o animalista l’intervistatore chiede se è vegetariano o se almeno lo sta diventando, o se è utente o vorrebbe diventare utente di negozi “bio”, ecco che il giovane è portato a rispondere in buona fede di sì. Perché vorrebbe diventarlo. Perché apprezza questi valori. 

E’ un desiderio, anzi un proponimento, più che una realtà. O è una decisione che ha appena preso lo è appena diventato, e lo sarà per qualche settimana o mese.

Inoltre esistono motivi commerciali che spingono a ideare questionari capaci di dare cifre elevate. Le rilevazioni sociologiche sono quasi sempre pensate su commissione di aziende o settori produttivi. 

Ed è noto che esiste un lucroso business attorno al pubblico vegetariano e “bio”, spesso molto consumista (altro che Gandhi!) e poco critico verso le vanterie della pubblicità. 

Un mercato, perciò, che fa gola alle ditte produttrici che si sono gettate a capofitto sull’alimentazione alternativa, alla faccia del Mahatma e della sua purezza anti-consumistica.

Insomma, che i vegetariani italiani siano 500 mila o 5 milioni, troviamo davvero poco “gandhiani” e poco coerenti, per stare al messaggio di Gandhi, non solo tutte le mistificazioni sul vegetarismo, ma anche i tanti vegan o vegetariani aggressivi ed estremisti che vorrebbero costringere gli altri alla dieta “perfetta”, secondo loro. 

Il Mahatma ha sempre raccomandato, invece, di non seminare odio, neanche attraverso il perfezionismo. E infatti era il primo a confessare i suoi difetti, anche in tema di vegetarismo.

Per tanti motivi, insomma, l’anniversario di Gandhi e la Giornata mondiale vegetariana sono una coincidenza che va sottolineata. 

Per ricordare i due eventi, riportiamo di seguito il discorso tenuto da Gandhi alla Società vegetariana di Londra il 20 novembre 1931. 
«Sig. Presidente, colleghi vegetariani e amici, non c'è bisogno che vi dica il piacere che ho provato quando ho ricevuto l'invito a questo convegno, perché mi ha rinfrescato vecchie memorie e ricordi di belle amicizie formate con vegetariani.
Sono particolarmente onorato di trovare alla mia destra il Sig. Henry Salt. Proprio il libro di Salt ‘La giustificazione del vegetarismo’ mi ha dimostrato perché, a parte un'abitudine ereditaria e a parte il rispetto per un voto impostomi da mia madre, era giusto essere vegetariano. 
E' stato lui a dimostrarmi perché era un dovere morale che toccava ai vegetariani quello di non vivere a spese dei nostri compagni animali. E' pertanto per me un piacere ulteriore trovare il Sig. Salt in mezzo a noi. 
Non intendo rubare il vostro tempo esponendovi le mie varie esperienze di vegetarismo e nemmeno voglio raccontarvi le grandi difficoltà con cui mi sono confrontato nella stessa Londra per rimanere fedele al vegetarismo, ma vorrei condividere con voi alcune delle riflessioni che sono maturate in me in relazione al vegetarismo. 
Quarant'anni fa avevo l'abitudine di legare facilmente con altri vegetariani. A quell'epoca non c’era quasi nessun ristorante vegetariano a Londra che io non avessi visitato. Mi ero infatti prefissato di visitarli tutti, sia per curiosità che per studiare le possibilità del vegetarismo e dei ristoranti vegetariani a Londra. 
Naturalmente, quindi, ero venuto in stretto contatto con molte persone vegetariane. Mi resi conto che a tavola le conversazioni spesso riguardavano il cibo e le malattie, e che i vegetariani che si sforzavano di rimanere saldi nel loro vegetarismo lo trovavano difficile dal punto di vista della salute. 
Non so se al giorno d'oggi abbiate di queste discussioni, ma all'epoca io partecipavo a discussioni tra vegetariani e anche tra vegetariani e non-vegetariani. Mi ricordo una di queste discussioni, tra il Dott. Densmore e il defunto Dott. T. R. Allinson. Allora i vegetariani avevano l'abitudine di non parlare di altro se non di cibo e malattie, ma io credo che questo sia il modo peggiore di occuparsi della questione, e mi rendo conto anche che proprio coloro che diventano vegetariani perché sono affetti da questa o da quella malattia - ossia, solamente per una motivazione salutistica - poi in buona parte tornano indietro. 
Mi sono reso conto che per rimanere fedeli al vegetarismo è necessaria una base morale. 
Per me quella fu una grande scoperta nella mia ricerca della verità. Già in giovane età, nel corso delle mie sperimentazioni, mi resi conto che una base egoistica non sarebbe servita allo scopo di elevare l'uomo sempre più in alto lungo i percorsi evolutivi. 
Ciò che serviva era uno scopo altruistico. 
Mi resi anche conto che la salute non era affatto monopolio dei vegetariani. Trovai molte persone che non avevano pregiudizi in un senso o nell'altro e trovai che in genere i non-vegetariani potevano godere di buona salute. Mi resi anche conto che per parecchi vegetariani era impossibile rimanere tali perché avevano fatto del cibo un feticcio e perché pensavano che diventando vegetariani avrebbero potuto mangiare lenticchie, fagiolini, fagioli e formaggio a sazietà. 
Ovviamente per queste persone non era possibile conservare una buona salute. 
Riflettendo su questi temi, conclusi che un uomo dovrebbe mangiare con frugalità e ogni tanto digiunare. In effetti nessun uomo o donna mangiava davvero con moderazione o consumava solo la quantità di cibo richiesta dal corpo. Siamo facili prede delle tentazioni del palato, e quindi quando qualcosa ha un gusto delizioso non ci preoccupiamo di prendere un boccone o due in più. Ma non ci si può mantenere in salute in queste condizioni. Pertanto mi resi conto che per mantenersi sani, non importa quanto si mangiasse, era necessario ridurre la quantità di cibo e il numero dei pasti, diventare moderati, sbagliare in difetto piuttosto che in eccesso. 
Quando invito degli amici a condividere il cibo con me non li forzo mai a prendere nulla se non quello che desiderano. Al contrario, dico loro di non prendere una cosa se non la vogliono.
Ciò che voglio farvi notare è che i vegetariani devono essere tolleranti se vogliono convertire altri al vegetarismo. Adottiamo un po' di umiltà. Noi dovremmo fare appello al senso morale delle persone che non hanno le nostre stesse idee.
 
Se un vegetariano si ammalasse, e un dottore gli prescrivesse brodo di manzo, allora io non lo chiamerei vegetariano. I vegetariani sono fatti di materiale più robusto. Perché? Perché il vegetarismo riguarda la costruzione dello spirito, non del corpo. L'uomo è qualcosa di più che carne. E' la spiritualità dell'uomo ciò di cui ci occupiamo. 
Perciò la base morale dei vegetariani dovrebbe essere la consapevolezza che gli uomini non sono nati carnivori ma per vivere della frutta e delle piante che crescono sulla terra. So che tutti facciamo degli errori. Io rinuncerei al latte se potessi, ma non ci riesco. Ho provato moltissime volte, ma non riuscirei a recuperare le forze dopo una malattia seria senza tornare al latte. Questa è stata la tragedia della mia vita. Ma la base del mio vegetarismo non è fisica, bensì morale. 
Se qualcuno mi dicesse che morirei se non prendessi del brodo di manzo o di montone, anche su prescrizione medica, io preferirei la morte. Questa è la base del mio vegetarismo. 
Mi piacerebbe pensare che tutti noi che ci definiamo vegetariani avessimo quella base. Ci sono stati migliaia di carnivori che non sono rimasti tali. Ci deve essere un preciso motivo per fare quel cambiamento nelle nostre vite, per adottare usi e costumi diversi da quelli prevalenti nella nostra società, anche se a volte quel cambiamento può urtare le persone a noi più vicine e più care. Per nulla al mondo bisognerebbe sacrificare un principio morale. 
Pertanto il solo fondamento per avere una società vegetariana e per proclamare un principio vegetariano è, e deve essere, di tipo morale. Io che vado in giro per il mondo non sono qui per dirvi che in genere i vegetariani godono di una salute molto migliore rispetto ai carnivori. 
Appartengo ad un paese che è prevalentemente vegetariano per abitudine o per necessità, pertanto non posso testimoniare che questo mostri una resistenza, un coraggio o un'esenzione dalle malattie molto maggiori, perché è una cosa specifica, personale. Richiede obbedienza, scrupolosa obbedienza, a tutte le leggi dell'igiene. 
Pertanto, credo che quello che i vegetariani dovrebbero fare non è enfatizzare le conseguenze fisiche del vegetarismo, ma esplorarne le conseguenze morali. Anche se non abbiamo ancora dimenticato che abbiamo molte cose in comune con le bestie, non ci rendiamo abbastanza conto che ci sono determinate cose che ci differenziano da esse. 
Ovviamente, abbiamo esempi di vegetarismo nella mucca e nel toro - che sono vegetariani migliori di noi - ma c'è qualcosa di più elevato che ci chiama al vegetarismo. Pertanto ho pensato che, nel tempo in cui mi concedo il privilegio di parlarvi, vorrei semplicemente enfatizzare il fondamento morale del vegetarismo. 
E vorrei dire che ho appurato dalla mia stessa esperienza, e dall'esperienza di migliaia di amici e compagni, che essi sono appagati, per quanto riguarda il vegetarismo, dal fondamento morale che hanno scelto per mantenere la loro scelta. In conclusione, ringrazio tutti voi per essere venuti e per avermi permesso di incontrarvi viso a viso. 
Non posso dire che fossi abituato a vedervi quaranta o quarantadue anni fa. Immagino che i volti della Società Vegetariana di Londra siano cambiati, sono pochissimi i membri che, come il Sig. Salt*, possono vantare una partecipazione alla Società che supera i quarant'anni». 
GANDHI

*Henry S. Salt, oggi dimenticato, era stato vice-direttore all’Università di Eaton dal 1875 al 1884 e segretario onorario della Lega Umanitaria dal 1891 al 1919. Vegetariano per oltre 50 anni, aveva circa 80 anni al momento del discorso di Gandhi. Riteneva la società umana ancora primitiva, come mostra il polemico titolo d’un suo libro scritto a settant’anni: Settant'anni tra i selvaggi.


fonte:bibliothe